La questione del toro aziendale (e di chi lo usa)

 

C’è ancora chi tiene il toro nella mandria e delega totalmente a lui il compito di trovare calori, montare e fecondare, ritorni compresi.

 

E non lo fa in un allevamento di chianine allo stato brado, per dire, o ma in una stalla di Frisone.

 

Aggiungo, essendoci  stato, che non dava l’idea di essere un titolare della scomoda posizione di chi, nei grafici sulla riduzione delle aziende da latte in Italia negli ultimi anni occupa, la parte di quelli a rischio.

 

Tutt’altro.

 

Anzi, era particolarmente soddisfatto. Soddisfatto, ad esempio, di dati di fertilità della sua stalla, soprattutto nei mesi estivi, quando non c’è il minimo buco di gravidanze nei mesi più caldi.

 

Questo è proprio il punto centrale della faccenda, che sostiene il suo ragionamento e dà valore a una scelta – il toro aziendale – unanimemente considerata di retroguardia gestionale.

 

Infatti – spiega l’allevatore che gestisce un centinaio di vacche in lattazione con l’aiuto del padre fondatore della stalla a suo tempo – il tempo è pochissimo rispetto alle cose da fare, ci sono 40 ettari di campagna da seguire, il rischio di non vedere calori è alto e anche le FA fatte bene e nei tempi giusti richiedono tempo.

 

E poi ci sono vacche per cui una inseminazione non basta, nemmeno due, nemmeno tre…

 

Così a deciso di lasciare fare al toro. Delega completa.

 

Attenzione, prima faceva FA come tutti, è stata una scelta di ritorno.

 

Sceglie un toro di alta genetica, ben bilanciato, e lo cambia ogni anno. Le vacche entrano nel gruppo di lattazione dopo qualche giorno dal parto e ogni mese sono fatte le diagnosi di gravidanza.

 

Certo la selezione ci perde un po’, ma la semplificazione dello snodo cruciale dell’ottenimento di gravidanze è massima. E, soprattutto, le gravidanze ci sono, costanti tutto l’anno.

 

Queste le sue motivazioni. Certo, è una scelta radicale, ma illustra bene come non ci siano dogmi inviolabili: ciò che è stoltezza per i più, può diventare una via interessante per qualcun altro.

 

Certo, a patto che tutto ciò che riguarda la sicurezza sia la prima preoccupazione: prima, durante e dopo questa scelta.

 

Senza arrivare a queste forme estreme, ci sono allevatori non proprio stupidi tenere il toro per intervenire sulle vacche che non si ingravidano dopo una, massimo due, inseminazioni artificiali.

 

In questo modo non perdono per strada il miglioramento genetico (questo continua grazie alle manze e alle vacche che rimangono subito gravide o quasi) e però non si perdono nei giorni di lattazione lunghissimi, per un intervalli parto-concepimento eterni, come succede spesso.

 

Con una variante interessante: un toro da carne per la monta naturale dei capi di minore valore genetico, per fare incroci da vendere meglio. Tutti vitelli con lo stesso padre, per aggiungere omogeneità.

 

In questo caso è superfluo dire che servono due gruppi.

 

Detto ciò, alcune considerazione a chiosa.

 

Il pragmatismo è l’unica via che paga i conti; i dogmi, a volte, creano debiti che non si riesce più a pagare.

 

Per questo, per giudicare la bontà di una scelta gestionale si deve fare di conto. E non c’è scelta gestionale sbagliata – qualunque essa sia, dato che ogni azienda è un microcosmo a sé stante – quando alla fine le entrate sono superiori alle uscite.

 

 

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