Tanto latte, poca CO2: si può fare?

Un giorno non lontano sarà una cosa comune, probabilmente obbligata. Nel descrivere i tratti salienti di un’azienda, oltre agli ettari a disposizione, alle coltivazioni, ai capi allevati, alle strutture, al parco macchine e quant’altro, si inserirà, con grande naturalezza, la sua Carbon Footprint, letteralmente la sua impronta di carbonio. Cioè tutta la quantità di gas ad azione climalterante che deriva dall’attività svolta.

Quando il discorso cade su agricoltura e zootecnia sono in pochi a non vedere le stalle come fonti di pericolosi gas.

Lo fanno perché così hanno sentito in tante occasioni grazie alla divulgazione pop, che semplifica, schematizza e in genere divide tra bravi e cattivi.

Le stalle sono inserite in genere nella seconda schiera.

Eppure perché non sfruttare questa negatività a proprio vantaggio, e proprio da qui programmare un lavoro di miglioramento che, adeguatamente pubblicizzato, possa migliorare il valore di ciò che si produce?

Del resto non sono cose impossibili da fare quelle che possono ridurre i gas (ammoniaca e metano in particolare) sotto accusa.

Una più razionale gestione degli stoccaggi e della distribuzione in campo dei liquami potrebbero fare già molto per le emissioni, ma anche per ridurre l’uso di concimi chimici.

Una scelta più mirata della conduzione agricola con una sapiente riscoperta delle rotazioni e delle consociazioni, l’adozione di tecniche di minima lavorazione, la riduzione (o la eliminazione) dell’aratura consentirebbe un certo accumulo di carbonio nel suolo, aumentando il virtuosismo carbonico dell’azienda

Poi c’è tutta la questione dell’alimentazione delle bovine, che è possibile rimodulare in chiave di basse emissioni. Ovviamente non tutte le mandrie sono uguali, non tutte le linee genetiche, non tutte le razze. Ci sono bovine che sfruttano meglio l’alimento di altre, trasformano di più e inquinano di meno. Vale per le razze pure (ad esempio la Jersey, imbattibile nella sua capacità di trasformazione) vale per certi incroci, come varie ricerche stanno dimostrando.

Insomma, già lavorando all’ingrosso è possibile fare molto sulla via di una Carbon Footprint interessante. Lavorando di fino ancora di più: è solo un’utopia l’emissione zero?

Cosa che avrebbe un notevole impatto anche in termini di marketing.

Ad esempio da parte di una associazione di produttori che proponesse all’industria o, meglio, alla distribuzione, una linea di latte che, oltre a tutto il resto che già sappiamo (qualità, sicurezza, tipicità, italianità) sia anche prodotta con minime emissioni di C02 (o, meglio a zero emissioni)

Del resto, se si reclamizzano – e si vendono – auto con motori a ridotte emissioni, perché non si potrebbe fare altrettanto per un latte esso pure a ridotte emissioni?

Senza dimenticare che c’è una grande effervescenza nelle esportazioni di latte UHT verso i grandi mercati asiatici e c’è molta attenzione, tra i compratori, a tutto ciò che aggiunge qualità alla materia prima.

Una certificazione: “Latte italiano da filiera a zero emissioni di CO2” non sfigurerebbe certo su mercati che hanno già per l’italianità del food un pregiudizio positivo.

Le capacità per farlo ci sono e la strada è comunque obbligata.

 

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