Allevamento e gas inquinanti: già adesso si può fare

 

 

Quando si lavora per ridurre le emissioni di gas i vantaggi sono, in primo luogo, per chi nella stalla ci vive, ci lavora e ci produce.

 

 

Forse è meglio metterla così la questione, perché altrimenti diventa l’ennesima richiesta calata dall’alto per la quale diventa poi facile la scappatoia mentale del considerarla la solita oppressione.

 

 

E, invece, un razionale lavoro per ridurre le emissioni di gas che si liberano durante il processo produttivo di chi fa latte e carne può dare risultati interessanti.

 

 

Non può essere risolutivo, chiaramente, ma utile sì.

 

 

Per cominciare si può considerare la quantità di deiezioni varie che ristagnano sulle corsie o sui grigliati e chiedersi se davvero non è possibile fare meglio. Magari corsie non pulite come fossero nuove, ma con presenza di feci ridotta al minimo questo sì.

 

 

Le possibilità non mancano: ci sono ruspette silenziose e a basso consumo energetico, che non molestano le bovine e possono passare molto più spesso, anche con la gomma sulle superfici. Ci sono robottini, se vogliamo andare sull’automazione, che dove passano lasciano un grigliato incredibilmente sgombro e possono passare tutte le volte che si desidera visto che il disturbo che danno agli animali è pressoché zero.

 

 

Il capitolo lettiere, specialmente nella versione gestita con razionalità, “coltivata” come si deve quotidianamente, meglio ancora se con immissioni enzimatiche in grado di orientare le fermentazioni, è un capitolo importante anche per la voce emissioni gassose.

 

 

Anche la ventilazione corretta e il suo effetto sull’asciugatura delle superfici di lettiere e cuccette non è un fattore secondario, soprattutto nella stagione più fredda e umida.

 

 

C’è poi la questione degli stoccaggi fuori dalla stalla. La loro copertura obbligatoria è solo una questione di tempo, perché in tempi di inquinamento alle stelle e polveri sottili a go go, disperdere in atmosfera una enorme quantità di ammoniaca (e questa, a differenza di altri inquinanti, è roba soprattutto del comparto zootecnico) non è proprio una cosa che può passare inosservata.

 

 

Ma quell’ammoniaca, se anziché essere lasciata libera di involarsi nell’aria viene trattenuta nel liquame e utilizzata come fertilizzante, da problema diventa un vantaggio.

 

 

 

Ridurre le emissioni, e migliorare le fertilizzazione risparmiando sui concimi di sintesi, significa anche, ovviamente, passare all’interramento immediato dei liquami, operazione per la quale sempre più terzisti sono attrezzati e che può contare su attrezzature sempre più perfezionate e sempre più adeguate ai canoni dell’agricoltura di precisione.

 

 

Ovviamente c’è la questione dei mezzi agricoli: quanto delle emissioni a effetto serra sono imputate all’allevamento si ridurrebbe se, supponiamo, i trattori fossero alimentati con biocarburanti, ad esempio biometano? Certo non poco. E trattori di questo tipo sono alle viste, non dovrebbe passare molto tempo per averli sul mercato.

 

 

Quanto poi ai cicli foraggeri, legati alle lavorazioni dei terreni e alla possibilità di stoccare più carbonio di quanto se ne disperda, c’è un brulicare di ricerche e studi, e molto è già praticabile fin da ora.

 

 

Insomma. La genetica potrà anche fare il suo lavoro (ma con i suoi tempi) per mettere a punto animali a più basse emissioni gassose, ma non è che adesso si debba per forza stare solo in attesa, eventualmente imprecando contro chi sta sollevando anche la questione delle emissioni per danneggiare il settore, con un riflesso pavloviano molto diffuso al manifestarsi di ogni problema.

 

 

Già adesso si può fare, probabilmente si può quantificare e, soprattutto, si può raccontare cosa si fa.

 

 

9 ruspetta fune ripiegata

 

vacche, cuccette e merda