È il pellet l’anello mancante nella catena evolutiva del refluo?

Che lo smaltimento dei reflui sia un problema pesante per moltissime aziende non è una novità. La cosa curiosa è che per buona parte del territorio nazionale il problema dell’impoverimento di materia organica dei terreni è un problema altrettanto grave. Due problemi, ma l’uno potrebbe rappresentare la soluzione dell’altro. L’eccesso di deiezioni di certe aree potrebbe cioè saziare la fame di sostanza organica dei terreni più poveri. Fin qui tutto semplice, ma la realtà è che tra le deiezioni e i terreni si devono inserire dei processi tecnologici a basso costo in grado di rendere efficiente e sostenibile il trasporto della materia fertilizzante.

Da qui l’interesse di una prova svolta da una serie di Centri di ricerca, presentata oggi in un seminario svoltosi nell’ambito dell’Eima di Bologna. Scopo del lavoro, che ha coinvolto una serie di allevamenti zootecnici e aziende agricole con produzione di colture specializzate, era verificare la fattibilità e sostenibilità di una filiera che, a partire dai reflui degli allevamenti arrivasse alla consegna presso le aziende agricole di un concime organico pellettato.

I risultati mostrati sono incoraggianti. Si è visto che la frazione separata del liquame (così come quella del digestato), dopo processo di compostaggio svolto in azienda, può essere efficacemente pellettata, costituendo un prodotto particolarmente gradito dagli agricoltori, per le sue capacità fertilizzanti e di ripristino e miglioramento della struttura del suolo. La forma fisica, inoltre, consente l’utilizzo per la distribuzione delle normali attrezzature spandiconcime.

La conclusione della ricerca apre spiragli interessanti alla creazione di possibili filiere in grado di aggiungere valore alla frazione solida del refluo, delocalizzare parte dell’azoto prodotto in azienda e arricchire di sostanza organica terreni sempre più bisognosi.

Non è l’unica ricerca in tal senso, e dimostra che la via del pellet può essere quella giusta.

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