Anche la Coca Cola guarda al latte. E lo trasforma

La notizia è fresca. Come il latte, verrebbe da dire. Negli Stati Uniti tutto è pronto per il lancio di una nuova bevanda.
Chi sta dietro a questa operazione non è un’azienda qualsiasi, ma un colosso multinazionale che, quanto a bevande, marchi, strategie di marketing e capacità di fiutare i cambi di gusto ha una certa consuetudine: la Coca Cola.

Ebbene, a dicembre sul mercato americano verrà lanciata una bibita a base di latte, con il marchio Fairlife. Più che una bibita, in realtà, si tratta di un prodotto che va a collocarsi nell’ambito dei quegli alimenti funzionali che saranno una delle frontiere più interessanti per chi produce alimenti e vorrà continuare a farlo.

Il Fairlife è infatti un superlatte, con il doppio delle proteine e la metà dello zucchero di un latte normale. Non solo: è aumentato del 30% il suo contenuto in calcio.
Tutto questo avviene con un processo industriale di filtrazione a freddo grazie al quale si concentrano le proteine e il calcio, rimuovendo nel contempo grasso e zucchero. Successivamente si ricombinano gli elementi nelle nuove proporzioni e il gioco è fatto.

Sarà un superlatte e avrà anche un superprezzo, andando a collocarsi al di fuori del consueto scaffale del latte fresco, sempre meno consumato negli Stati Uniti (il consumo di latte fresco è diminuito dell’8% nell’ultimo decennio), ma in quello degli alimenti proteici, un segmento di vendita sempre più corteggiato dai produttori.

Si sono create partnership tra la Coca Cola e gli allevamenti che forniranno la materia prima e per questi sono stati definiti – e ampiamente enfatizzati nel marketing del Fairlife – protocolli rispettosi del benessere animale, della sostenibilità, del risparmio energetico e del ridotto impatto ambientale.

Quali spunti trarre per casa nostra?

Una manciata, senza dubbio.
Innanzitutto il latte non è morto ma è più vivo che mai, come alimento e come fonte di principi nutritivi essenziali. Inoltre, quello che succede in America prima poi arriva anche da noi, specie se dietro c’è la forza di una multinazionale i cui bilanci sono più corposi del Pil di un medio stato africano.

Ma, soprattutto, se i gusti dei consumatori cambiano la creatività di chi produce deve sapere adeguarsi con nuovi prodotti che affianchino sugli scaffali i gloriosi nomi del presente e del passato.

Serve però collaborazione tra chi produce e chi trasforma, perché il know how degli uni può fare poco senza il know how degli altri. E qui viene il punti critico visto il clima di continuo sospetto tra gli attori della filiera del latte.

Tuttavia la strada della diversificazione creativa non ha alternative. Altrimenti – per dire – continueremo a ripeterci che il nostro latte è il migliore del mondo, ma dopo o prima della palestra, del jogging, della merenda, sempre più persone berranno anche da noi il Fairlife della Coca Cola. Con latte americano.

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