C’è un clima che piace poco…

D’accordo, c’è chi sta peggio. Ad esempio, se fossimo maestri di sci le cose le vedremmo con ancora più pessimismo. Tuttavia la faccenda del riscaldamento globale rischia di diventare seria anche per chi di mestiere alleva vacche da latte e trae dalla campagna buona parte degli alimenti destinati alla mandria.

Gli studi in materia non mancano, le proiezioni fanno a gara per dire questo e quello, con accenti più o meno gravi e con approcci più o meno seri.

Ma una cosa è certa: le temperature stanno crescendo. Possiamo stare a discutere sulle cause, certamente. Nei millenni c’è sempre stato un elastico tra riscaldamento e raffreddamento e regolarmente si spostava verso nord o verso sud la zona temperata. Ebbene, quello che conta per noi è che adesso siamo in una fase di riscaldamento, aiutata allegramente dalla quantità di gas climalteranti prodotti dalle attività industriali e agricole. Questo è un punto importante, su cui torneremo presto, ma non è il punto di questa nota.

Il punto è che la faccenda – letteralmente – si fa calda. Kairsty Topp, ricercatrice dello Scotland Rural College di Edinburgo, ha spiegato infatti alcune cosette in materia nel corso di un suo intervento in un affollato convegno svoltosi oggi a Piacenza. Le temperature medie sono aumentate nel corso degli ultimi anni e il trend continuerà, con uno scenario per la fine del secolo che potrebbe arrivare per l’Italia a una crescita fino a 10 °C.

Vero è che di quanto accadrà su questa terra nel 2100 non sono in tantissimi ad essere così interessati, ma è altrettanto vero che la crescita – se le proiezioni sono esatte, e non è detto, naturalmente – avverrà in maniera graduale e quindi gli effetti si vedranno già nei prossimi anni, come si sono visti in quelli appena passati. Certo 1-1,5°C in più nel prossimo decennio possono sembrare poca cosa, ma è altrettanto certo che aumenteranno i fenomeni estremi, anche sfasati dai periodi tradizionali, con picchi di calore o di freddo, siccità o inondazioni, periodi di senza piogge seguiti da periodi di piogge eccessive. E, ancora, si assottiglierà la fascia di giorni invernali di gelo nel nord Italia, necessari a debellare parassiti e insetti.

Insomma, la situazione italiana sarà sempre meno idonea all’agricoltura come la svolgiamo ora e, ancora di più, all’allevamento da latte. La fascia ideale, climaticamente parlando, si sposterà più a nord, con l’Irlanda particolarmente avvantaggiata.

Dunque, che fare?

Sicuramente prepararsi, individuando i passaggi della filiera produttiva, dalla campagna alla stalla, che potrebbero essere messi maggiormente in crisi dal rialzo termico e da fatti climatici estremi. Le scelte colturali, le lavorazioni dei terreni, le caratteristiche delle stalle, le scelte genetiche, il management della stalla: tutto verrà messo a dura prova ed è bene cominciare ad adattare ognuno di questi passaggi.

Imparando da chi è già ora (climaticamente parlando) come noi saremo presto.

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