È un mondo difficile: trattori e treni persi

La questione del prezzo del latte non è di quelle che possono essere risolte una volta per tutte. Semplicemente perché è una situazione in cui tutti i contendenti hanno molte ragioni dalla loro che, prese singolarmente, sono inoppugnabili.

Chi produce latte sa bene che è ben difficile ridurre ulteriormente i costi di produzione senza intaccare l’efficienza produttiva dell’azienda e, quindi, creare le premesse per una situazione ancora più grave a breve. Quindi chiede un prezzo pagato alla stalla che copra i costi di produzione.

Tutto fila liscio, ma questo può funzionare in un sistema economico chiuso non in un sistema aperto e totalmente liberalizzato. E, infatti, dall’altra parte della barricata l’industria che il latte lo ritira e lo lavora sostiene che i prezzi mondiali del latte sono determinati da dinamiche che dei costi italiani, purtroppo, non tengono conto.

E, a sua volta, deve fare i conti con il suo interlocutore a valle, ossia la Grande distribuzione, che non è certo tenera nel comprimere i margini e imporre condizioni contrattuali spietate. La quale Grande distribuzione, per quanto le attiene, deve far fronte a un andamento dei consumi tutt’altro che entusiasmante.

Insomma, è vero che in tutto questo c’è chi ci marcia, ma, come cantava Tonino Carotone, è un mondo difficile, per tutti. Soprattutto per chi sta all’inizio della filiera, ossia la produzione.

Questo vale non solo per il latte: in ogni filiera chi produce è sempre più schiacciato verso il basso nella suddivisione del valore che questo bene crea rispetto a chi lo trasforma (fase industriale) e a chi ne commercializza quantità significative (la Grande distribuzione).

Restando al latte, è vero che quello italiano è unico, ma il problema è che buona parte degli allevamenti che non fanno parte del circuito delle Dop non ha il minimo controllo della fase industriale, figuriamoci di quella successiva.

Se la lavorazione di una quota importante del latte fresco prodotto in Italia facesse però capo a una filiera industriale di peso strategico, controllata dagli stessi allevatori italiani, le cose oggi andrebbero sicuramente in maniera diversa da come vanno ora.

Chi produce latte non ha, invece, mai pensato che questa potesse essere una strada utile, lasciando che l’industria italiana del latte si facesse i fatti suoi, con il bel risultato che si è visto.

Perché tutti i gloriosi marchi nazionali sono finiti uno alla volta in mano francese? Da cosa erano distratti i produttori e le loro associazioni? Come sarebbe la situazione ora se la Parmalat – per dire – fosse stata acquistata dagli allevatori e fosse di loro proprietà?

Ora che tantissime stalle sono all’affanno va bene muovere i trattori nella protesta, ma senza dimenticare i treni persi in passato.

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