Se ci mangiamo tutto il suolo, poi, cosa mangeremo?

Nei giorni scorsi la Camera ha dato il primo via libera al disegno di legge sul “Contenimento del consumo del suolo e il riuso del suolo edificato”.

Un passo importante nel lento cammino per la tutela del suolo italiano, o di quel che ne resta.

Già, perché a leggere i numeri non c’è molto da stare allegri: tra centri commerciali, strade, autostrade, urbanizzzioni e cementificazioni varie, nei decenni scorsi c’è stata una vera e propria corsa forsennata alla cementificazione di suolo agricolo, che negli ultimi anni ha conosciuto un crescendo folle. 

E spesso questo ha riguardato ottimo terreno, che la generosità della natura prima e la laboriosità dell’uomo poi ha reso uno dei più fertili al mondo.

Certo, adesso fa magari da supporto alle macchine parcheggiate in un outlet, ma non è la stessa cosa se si considera la faccenda dal punto di vista della produzione alimentare e della instabilità degli approvvigionamenti, che non è mai scomparsa dietro la apparente illimitatezza degli scaffali.

A questo riguardo na nota rilasciata da Coldiretti mette in file con numeri e cifre la scomparsa del suolo in Italia.

Ebbene:

– dagli anni ’70 la superficie coltivata in Italia è diminuita del 28%;

5 milioni di ettari di superficie agricola persa negli ultimi 30 anni, pari a oltre 80 campi da calcio al giorno: una superficie equivalente a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme;

– autoapprovvigionamento alimentare attuale: 80-85%;

– dal 1950 ad oggi la popolazione è cresciuta del 28%, la cementificazione del 166%;

– ogni giorno in Italia vengono impermeabilizzati 100 ha di terreni naturali pari a oltre 80 campi da calcio;

– dagli anni ’50 ad oggi sono stati impermeabilizzati 1,5 milioni di ettari – una superficie pari alla Calabria (Ispra);

– La Pianura padana, ovvero l’area agricola più vasta e produttiva della penisola italiana, ha una percentuale media di superfici edificate pari al 16,4% del territorio (Istat);

– nella classifica delle regioni “più consumate”, secondo i dati Ispra 2015, al primo posto Lombardia e Veneto (circa il 10%);

– Monza e Brianza stanno ai vertici delle province più cementificate. I comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%.

 

Qualcuno si può stupire poi se l’Italia negli anni dipende sempre più dall’estero per l’approvvigionamento di risorse alimentari?

Finita la terra si finirà con il delocalizzare anche il Made in Italy agroalimentare, come si è fatto con le fabbriche?

E, come per la delocalizzazione delle fabbriche sarà un altro passo verso la povertà. Certo, dove prima crescevano grano e mais, resteranno i grandi piazzali dei centri commerciali e degli outlet. Sempre più vuoti.

 

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