Chi produce deve comunicare (bene) con il consumatore finale

 

Il cliente non è la latteria o il caseificio, ma il consumatore finale. Questa è una regola aurea da avere sempre davanti, qualunque cosa si faccia in stalla, qualunque prodotto si usi, qualunque scelta si attui.

 

Certo, non è lui che paga direttamente il latte consegnato. Per questo, storicamente, l’allevatore ha sempre considerato come ultimo confine dei suoi problemi e dei suoi pensieri il cancello dell’azienda. Una volta uscito il camion la questione riguardava altri.

 

Questo spiega, tra le altre cose, per quale ragione nessuno mai tra i produttori, singoli, associati, sindacalizzati e via discorrendo abbia mai sentito la benché minima necessità di comunicare direttamente con il consumatore finale, lasciando che fossero altri a farlo.

 

Ovviamente, questi “altri” (come la Grande distribuzione o gli stessi grandi marchi industriali) lo hanno fatto e lo continuano a fare (e anche bene perché la comunicazione la sanno fare) puntando sui loro interessi, sulle loro necessità, sulle loro strategie.

 

Davvero è così incomprensibile?  È abbastanza ingenuo pensare, o pretendere, che questi soggetti potessero fare anche da supplenti a ciò che il mondo agricolo non ha mai saputo né voluto fare: comunicare al consumatore finale.

 

Per spiegargli, dal punto di vista del produttore, la materia prima italiana, le sue peculiarità, tempi e modi in cui viene prodotta, la sua unicità.

 

Mai si è pensato di investire qualche frazione di centesimo per ogni litro venduto – anche nei tempi belli – per costruire un immagine, per veicolare messaggi chiari e facilmente memorizzabili dal consumatore, per stampargli nella mente emozioni positive legate al concetto di latte italiano.

 

Nessuno ci ha mai pensato? Evidentemente no. Eppure non mancano uffici studi, teste d’uovo, sapienti di ogni calibro nei libri paga di associazioni e sindacati di ogni colore.

 

Anche adesso, nel pieno di una massacrante marcia nel deserto che lascia dietro di sé le carcasse calcificate di decine di aziende che schiattano, la musica non cambia: per tutto quello che riguarda la comunicazione e lo sviluppo dell’immagine il riflesso condizionato è quello di andare a rimorchio di altri e chiedere che siano altri (il ministero, la Grande distribuzione) a fare ciò che i produttori da soli non sanno (non vogliono) fare: comunicare, e bene, al consumatore finale.

 

Una carenza di strategia comunicativa che già si paga adesso e si pagherà anche in futuro se il mondo della produzione non comunicherà adeguatamente al consumatore finale un’idea vincente di latte italiano.

 

Attenzione, però. Non facciamo l’errore di aspettare che a muoversi siano sempre i vertici.

 

Molto si può fare anche dal basso, grazie a tutta la batteria dei social, Facebook in testa.

 

Gruppi omogenei di aziende da latte potrebbero creare delle aggregazioni finalizzate alla comunicazione, da gestire in maniera sistematica, professionale, scientifica.

 

Stalle che potrebbero essere dello stesso comprensorio, con una gestione simile, alimentazione paragonabile.

 

Questi poli dovrebbero cominciare a produrre in maniera costante e continuativa, informazioni semplici e chiare, sistematiche, dei veri e propri comunicati stampa, spiegando tutti gli aspetti del lavoro di ogni giorno per quello che il consumatore vuole ascoltare: rispetto del benessere, sostenibilità ambientale, uso dei farmaci prudente, alimentazione naturale.

 

Dei poli aziendali così costituiti dovrebbero comunicare direttamente anche con i giornali generalisti e diventare punti di riferimento per approfondimenti di giornalisti “generici”, (notoriamente pigri nell’approfondire tematiche tecniche complesse e in genere pressati dalla mancanza di tempo) allorché si creasse qualche emergenza. Evitando che a parlare e a fare passare messaggi catastrofici siano sempre i soliti animalisti, ben inseriti e ascoltati nelle redazioni.

 

Infine, aziende aggregate in poli comunicativi efficaci sarebbero sicuramente più appetibili per la Grande distribuzione che vuole storie e facce positive dietro i prodotti che mette sugli scaffali.

 

È inutile mettere tecnologia in stalla o navigare sui campi con trattori da un fantastiliardo di cavalli e tutti gli optional del caso se poi si continua a pensare che la comunicazione di chi produce latte sia una cosa superflua o che tocchi farla a qualcun altro o, ancora, che sia gratis.

 

È quanto si è fatto fino ad ora e, per carità, si può continuare a farlo: il bel risultato, però, è sotto gli occhi di tutti.

 

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