Tra il parlare e il comunicare c’è di mezzo il mare

 

Capita molto spesso di sentire e risentire discorsi sulla bontà delle nostre produzioni, sulle nostre capacità, sulla varietà dell’offerta, sull’unicità del gusto e via dicendo.

 

Giusto, giustissimo.

 

Spesso si sente anche a corollario che il consumatore ignora tutto questo, o lo conosce poco. E, pertanto, non si comporta come dovrebbe e si vorrebbe negli acquisti.

 

Giusto, giustissimo.

 

Certo, non è che sia così facilitato nel capire cosa è veramente italiano, cosa lo è solo in parte, cosa è camuffato da italiano, ma italiano non lo è. Conosciamo tutta la vicenda di un’etichettatura chiara e trasparente, e il percorso di guerra per arrivare a un risultato completo e soddisfacente.

 

Non è il caso di tornarci, anche perché sembrerebbe che su questo punto, inteso come etichetta chiara, ormai ci siamo.

 

Ma è adesso che comincia il bello.

 

Il consumatore cosa conosce dell’agroalimentare italiano? Nel senso di come, quando  quanto, con cosa si lavora in una stalla normale?

 

E, a seguire, chi glielo comunica? Cosa gli comunica? Come lo comunica?

 

Anche il silenzio, a fonte di messaggi di segno chiaro che arrivano da altri contendenti, è un messaggio chiaro, sia pure involontario.

 

 

Tuttavia, al di là delle buone intenzioni, che la comunicazione sia una questione fondamentale lo si sente poco nei giri agricol0-convegnistici, dove pure non si fa economia di grandi visioni e discorsi sui massimi sistemi.

 

Certo, ci sono iniziative lodevoli di comunicazione, come certe campagne dei Consorzi di tutela dei principali formaggi. C’è stata di recente la campagna del Ministero per incentivare il consumo di latte fresco, e benissimo.

 

Ma sono sempre fuochi di artificio sullo sfondo di un cielo nero, iniziative di vertice, che non coinvolgono direttamente i produttori, per i quali la comunicazione di quello che fanno (cioè che producono e che poi devono vendere) non rientra tra le occupazioni e le preoccupazioni.

 

Fanno eccezione poche grandi cooperative (grandi per i numeri italiani, intendiamoci, niente di comparabile ad altre cooperative di produttori di qua e di là dell’oceano) che da tempo stanno investendo con una comunicazione continua, metodica, professionale verso il consumatore.

 

Per dire: tutti sanno chi è la Lola. Magari fa arricciare il naso ai puristi di selezione e tecnica di allevamento, ma così va il mondo: non puoi convincere un consumatore che a malapena sa che è una mucca che fa il latte parlandogli del nuovo indice di selezione.

 

E tutti gli altri produttori?

 

Se il latte che producono è trattato come una commodity più o meno simile a ciò che si trova altrove, non è anche perché manca il filo diretto di una comunicazione tra i produttori e i consumatori?

 

Cioè: tutti parlano (tra loro) ma pochi comunicano (al consumatore).

 

E gli argomenti, come nelle arti marziali in cui si usa la forza dell’avversario per abbatterlo, li forniscono gli stessi oppositori delle produzioni animali, così grotteschi in certe loro esagerazioni, ma preziosi perché indicano una scala di punti su cui concentrarsi per ribattere.

 

Servono pochi concetti chiari,  messaggi semplici e facilmente memorizzabili, immagini convincenti. Magari anche un po’ di ironia e humour: ci sono campagne di comunicazione che abbinando un concetto a una risata hanno ottenuto meraviglie.

 

Il “latte italiano”, con un adeguato investimento comunicativo costante e sistematico (non una tantum per grazia ricevuta), potrebbe consolidarsi come un brand vero e proprio al quale si potrebbe fidelizzare un numero crescente di consumatori.

 

Che non sarebbero poi così naif quando raggiunti da messaggi di chi vede nell’allevamento le nuove Sodoma e Gomorra da annientare in una pioggia di fuoco (purché proveniente da fonti rinnovabili, non fossili of course)

 

Questo avviene quando la comunicazione ha fatto il suo dovere, ossia ha saputo creare una cultura comune, condivisa, tra chi comunica e chi ascolta e, per dirla più venalmente, tra chi produce e chi compra, che diventa fidelizzazione nell’acquisto.

 

Non c’è latte senza una fecondazione della bovina andata a segno, e questo lo si sa. Infatti il problema fertilità nelle stalle è in cima ai pensieri di chi fa latte.

 

Ma altrettanto vero è che non c’è valore senza un’adeguata comunicazione.

 

Questo lo si sa di meno.

 

Però parlare senza comunicare è parlare a salve.

 

 

 

 

senza-titologfry

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...