Pascolo integrale: eresia che guarda al passato o possibilità rivolta al futuro?

 

Tornare al latte che sa di erba non è un nostalgico revival di qualche vecchio bevitore di latte che ricorda il sapore (e il colore, inevitabilmente) di una volta.

 

Non lo è, almeno per coloro che pensano che siamo arrivati a un punto di svolta nell’allevamento della vacca da latte.

 

Una svolta necessaria, imposta non tanto dalle urla reali e social di chi attacca tutto e tutti riguardo all’allevamento intensivo.

 

È una svolta imposta dalla necessità di riportare la produzione di latte sul binario che le è proprio, fatto sostenibilità e quindi anche di erba e fieno.

 

Un binario da cui si è allontanato progressivamente con razionamenti sempre più spinti, volti a coprire un deficit energetico mai completamente coperto, perché il metabolismo delle bovine di oggi è tale da chiedere sempre di più di quanto si è in grado di dare in mangiatoia.

 

Uno squilibrio che avvicina pericolosamente il rischio di dismetabolie, che a loro volta richiedono farmaci, che a loro volta incidono sulla redditività in termini di costi diretti, latte di scarto, ore di lavoro, durata degli animali in stalla.

 

Lo so, messa così è fatta semplice, ma è una sintesi estrema per introdurre il concetto: si può tornare a erba e fieno come base alimentare? si può produrre di meno – ovviamente – ma con margini interessanti? C’è chi dice sì.

 

Eresia? Molti lo pensano. Anch’io, a dire la verità, pensavo che la questione del pascolo integrale come opzione per le stalle da latte non solo su qualche bricco, ma anche in pianura, fosse qualcosa di simile a ciò che disse Fantozzi a proposito del film: “La corazzata Potemky”.

 

Però un convegno tenutosi a Cremona nell’ambito della Fiera appena chiusa mi ha fatto venire dubbi positivi. Se non una conversione, almeno un’attenzione curiosa e possibilista.

 

Vi segnalo alcuni punti emersi nel convegno (che era assai affollato, segno che l’erba attira).

 

  • Il pascolo in pianura non si può fare perché i terreni non consentono un adeguato calpestio (quando piove troppo). Non è vero. Tutto dipende dal cotico erboso. Una buona copertura erbosa assicura tenuta in ogni condizione.

 

  • Servono estensioni enormi di terreno. Non è vero. Un pascolo integrale di pianura ben tenuto consente di mantenere 3 UBA/ha.

 

  • Bisogna cambiare il modo di ragionare. Vero. Bisogna ragionare in termini di quintali di latte/ha. Si può arrivare a 120 ql/ha.

 

  • Bisogna cambiare il modo di allevare. Vero. Parti stagionali, tutte le bovine in asciutta contemporaneamente e in stalla solo nei mesi invernali. Solo fieno e poi parti in primavera.

 

  • Si produce molto meno latte. Vero. Mediamente 40 ql/capo pascolo.

 

  • Il costo di alimentazione per kg di latte è molto più basso. Vero. Questo il calcolo proposto: 0,08 euro del pascolo integrale contro 0,156 euro dell’alimentazione tradizionale (silomais 29 kg/g; fieno medica 6kg/g; farina di mais 6 kg/g; soia 3,7 kg/g; integratore 0,6 kg/g).

 

  • Quale è il punto di pareggio? Si raggiunge un punto di pareggio tra produzione con pascolo integrale e allevamento tradizionale attorno a un prezzo del latte pari a 45 euro/quintale.

 

  • Tutte le bovine sono adatte al pascolo. Sbagliato. Servono animali diversi dalla Holstein attuale, con metabolismo basale più basso, più robusti, larghi, con arti più corti e robusti. Razze adatte al pascolo o, in alternativa, incroci tra Holstein e razze mirate a questo scopo.

 

  • Nel pascolo integrale l’erbaio diventa fondamentale. Vero. Va studiato con attenzione il miscuglio foraggero più adatto, per tenuta, capacità di ricaccio, resistenza alla siccità. Servono miscugli polifiti diversi rispetto a quelli da taglio, con minore sviluppo orizzontale e maggiore durata e resistenza.

 

  • Lo sfruttamento del pascolo è fondamentale. Vero. Bisogna trovare il modo più efficace di utilizzo. La variabile chiave è il tempo passato dagli animali sulla striscia di pascolo specifica.

 

  • La frammentazione dei terreni è un ostacolo al pascolo integrale. Vero. C’è il problema del percorso degli animali verso la mungitura.

 

  • Il latte ha un colore diverso. Vero, ha un colore più giallognolo per la presenza dei caroteni dell’erba. Ma questo più diventare un marker di genuinità.

 

  • Chi ritira il latte è disposto a pagarlo di più? Forse. Ma qui sono i produttori che devono organizzarsi e darsi un’immagine, un marchio, una promozione, una visibilità.

 

  • Si resta senza latte per alcuni mesi. Vero. Bisogna avere altre fonti di reddito per coprire questo periodo: bovini all’ingrasso, formaggi stagionati.

 

Per adesso ci fermiamo qui. L’intenzione non è quella di dare risposte, ma suscitare dubbi. Questi punti fanno l’uno e l’altro. Ne riparleremo presto.

 

senza-titolojuy

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