Il pulcino Bio

 

Sicuramente è difficile trovare qualcuno che non ricordi la canzone del pulcino Pio. Un vero e proprio tormentone, di quelli che, nel giro di poco tempo non si sente altro, qualunque sia il posto in cui ti trovi.

 

La stessa cosa, in tempi recenti, sta capitando non con il Pio ma con il Bio, nel senso di produzione biologica.

 

 

E non a torto, intendiamoci: la domanda di prodotti biologici cresce, perché c’è la fascia di consumatori interessati aumenta e l’offerta è ancora insufficiente, tanto più se consideriamo la cosa in un’ottica europea.

 

Aggiungiamoci l’appeal del made in Italy e si capisce che il biologico italiano è un filone da esplorare a fondo.

 

Quello che però suscita qualche perplessità è l’allargamento notevolissimo della platea di potenziali catecumeni, pronti alla conversione al Bio, col dubbio che abbiano colto in pieno i comandamenti della nuova fede.

 

Un numero così alto (almeno stando alla partecipazione di incontri e convegni dedicati al tema) di interessati pone, dunque, qualche interrogativo. E lo pone perché, in varie situazioni nel settore zootecnico, scelte importanti,  in termini di cambiamenti gestionali e capitale investito, vengono prese senza una valutazione razionale in sede preventiva, che definisca nella maniera più dettagliata possibile lo scenario di partenza, lo scenario di arrivo, le tappe tecniche e finanziarie di avvicinamento, i costi da sostenere, i ricavi che verranno.

 

O, meglio, se questo viene fatto (e comunque raramente con la precisione e la pedanteria necessaria) si trascura un dettaglio importante: lo scenario economico di oggi, con un certo numero di attori sul mercato, non sarà più quello di domani, quando molti altri attori si saranno aggiunti, con la loro offerta di prodotto.

 

La situazione di oggi, con un’offerta limitata e una richiesta vivace, pone il produttore in una posizione di forza rispetto all’acquirente. Ma, in un futuro prossimo, se il numero di produttori aumenta di molto e quello degli acquirenti resta lo stesso, chiaramente i rapporti di forza si invertiranno e i prezzi di oggi potrebbero non essere quelli di domani, e non in meglio. Senza scomodare l’incubo di costi Bio e pagamenti convenzionali.

 

Lo stesso discorso vale per ciò che si deve acquistare all’esterno, ad esempio i concentrati: se aumenta di molto la richiesta, a fronte di una produzione che non può aumentare così rapidamente per i vincoli che la produzione di concentrati biologici pone, difficile che anche i prezzi non ne risentano.

 

Sono solo alcuni flash, ma ho visto allevatori fare ragionamenti – ai tempi del biogas rampante – su future ricchezze da digestori per i quali si doveva dipendere fortemente dall’esterno per acquistare biomassa. Tutto bello, finché nell’area c’era solo un digestore, ma quando sono diventati molti di più è cresciuta la competizione per l’acquisto della biomassa necessaria sul mercato, mandando all’aria certi conti sul futuro con i prezzi del passato.

 

Detto ciò la produzione biologica è una grandissima opportunità, sarebbe da sciocchi non pensarci. Ma con molta prudenza e facendo bene, bene, bene tutti i conti, quelli dei costi per la trasformazione e quelli sui possibili ricavi.

 

Per non trovarsi a fine trasformazione come il pulcino Pio a fine canzone.

 

 

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