Viva l’Italia del latte e dell’etichetta

 

Viva l’Italia, cantava Francesco De Gregori.  “L’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè”. Aggiungiamo, anche del latte e dell’etichetta obbligatoria sul Paese di origine.

Oggi 19 aprile entra infatti in vigore l’obbligo di introdurre in etichetta l’indicazione dell’origine per i prodotti lattiero caseari in Italia. È previsto dal decreto del ministero delle Politiche agricole 9 dicembre 2016 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 15/2017), in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.

 

In base alla provenienza del latte vaccino, ovicaprino, bufalino e di altra origine animale, e per quello UHT, in etichetta dovrà essere indicata la sua origine: Italia, Paesi Ue, Paesi non Ue. Per i formaggi Dop e Igp e per il latte fresco, ovviamente, la questione non si pone anche se non manca chi fa una certa confusione in materia.

 

Dunque, solo per i prodotti con latte munto, condizionato e trasformato in Italia, si potrà scrivere in etichetta ‘Origine del latte: Italia’. Altrimenti vuol dire che almeno una fase del processo non è stata fatta in Italia.

 

È il punto di arrivo della battaglia sul latte italiano, sulla sua riconoscibilità da parte del consumatore, su un sistema di etichettatura che metta fine alle tante furbizie del dire e non dire sulle confezioni, facendo credere quello che non è, e viceversa.

 

 

Tuttavia bisogna essere anche concreti e realisti e porsi qualche domanda.

 

Cosa è realmente il LatteItaliano? E cosa ne sa il consumatore?

 

Perché il latte tricolore è diverso dal resto del latte che arriva da paesi forti produttori di latte e, ammettiamolo, certo non ultimi arrivati quanto a qualità e rigore nei controlli, ad esempio, e non a caso, la Baviera?

 

Dico la Baviera per fare un esempio, e non a caso,  di quanto potrebbe accadere a breve, in una realtà dove l’etichettatura facesse finalmente chiarezza assoluta sull’origine.

 

I produttori italiani sarebbero in grado di dare messaggi forti al consumatore per spiegargli in cosa consiste, nello specifico, l’italianità del latte che chiedono al consumatore di preferire? Cosa lo distingue dagli altri?

 

Dico questo perché, fintanto che il gioco non danneggia troppo chi esporta in Italia, tutto è quieto. Ma quando dovessero accorgersi che il messaggio “Latte Italiano” comincia a fare (a loro) danni, pensate che non scateneranno l’inferno comunicativo per spiegare (dal loro punto di vista) cosa è il latte italiano e perché, forse, sia meglio preferire quello della Baviera, giusto continuare un esempio, e non a caso?

 

Il tema aflatossine come minaccia latente della produzione italiana, per dirne una su quello che ci aspetta, è già stato portato alla luce, non tanto tempo fa, da un noto Gruppo caseario, che aveva rivendicato la qualità del latte importato dalla Repubblica Ceca, sottolineando proprio il concetto di aflatossina come “marker” ineliminabile della produzione italiana.

 

Pensate che l’organizzazione teutonica dei produttori del nord abbia problemi a far marciare i panzer della comunicazione e lanciare messaggi chiari e forti su allevamenti (i loro) con tante mucche felici al pascolo, erba verde, aria pulita, controlli rigorosamente tedeschi, niente rischio aflatossina?

 

Non sopravvalutiamo l’istinto alla scelta tricolore del consumatore medio, se non saremo in grado di essere pronti con messaggi che rinforzino, con elementi di sostanza, il concetto di italianità, per ora più sentimentale che scientifico.

 

E non sottovalutiamo la capacità e l’organizzazione dei concorrenti: del resto la Germania, non precisamente la patria del buon mangiare, esporta nel settore agroalimentare molto di più dell’Italia (con  i suoi fantastastiliardi di  Dop e Igp). Perché dietro ha un’organizzazione che sa cosa vuole e sa come ottenerlo e che noi ci sogniamo.

 

Dopo aver tanto penato per avere una riconoscibilità italiana bisogna saperle dare un contenuto, un’omogeneità, una riconoscibilità a cosa c’è sotto il tricolore. E deve essere a prova di attacco.

 

Perché la sfida dell’etichetta è (anche) una sfida di comunicazione. E comunicazione di qualità.

 

Bisogna essere sicuri di non andare al duello tanto atteso con una fiammante spada di legno.

 

 

senza-titolo

 

 

 

2 risposte a "Viva l’Italia del latte e dell’etichetta"

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