C’è polvere e polvere

 

Se il latte sui mercati è diventato una commodity senza personalità, la polvere di latte lo è ancora di più.

 

Sia pure con una crescita degli scambi che fa segnare il latte Uht, è però sempre la polvere di latte, intera o scremata che sia, che rappresenta la base di tutto ciò che si commercia a livello planetario in materia di latte e derivati.

 

Una questione che non ha mai visto l’Italia tra i soggetti attivi della questione, semmai tra quelli passivi che gli effetti di surplus di polvere di latte e di immissioni sul mercato hanno sempre goduto gli effetti sui prezzi generali del latte.

 

Tuttavia c’è un’esperienza piemontese che mostra come, anche nella polvere di latte, ci possa essere spazio per qualità, origine controllata, brand.

 

Tanto più se siamo un Paese che primeggia nella produzione di gelati, di dolci da forno, di creme più o meno spalmabili.

 

Tutti prodotti che richiedono polvere di latte e, in genere, utilizzano polvere di latte indifferenziata, anonima.

 

Se questa polvere di latte fosse tutta garantita, tracciata, tricolore, legata a protocolli di produzione specifici rappresenterebbe un valore in più per le produzioni dolciarie, spendibile sul mercato e con ricadute positive anche sul valore del latte sprayzzato.

 

L’esperienza piemontese – con la sua torre di sprayatura a Moretta e l’accordo tra produttori e Ferrero per una polvere di latte di origine piemontese di alta qualità -fa dire di sì.

 

Al punto che si fa strada l’ipotesi di una seconda torre di sprayatura.

 

L’esperienza potrebbe trovare nuovi esempi, in altre parti d’Italia, per stabilizzare l’offerta di latte e tenere sostenuti i prezzi, tanto più che l’etichetta obbligatoria renderà difficili giochi di prestigio di vario genere sulla provenienza della materia prima?

 

Siamo un Paese che produce montagne di dolci e li esporta in tutto il mondo.

 

Se la polvere di latte diventasse un punto di forza per la loro qualità, grazie all’appeal dell’italianità, ci sarebbero effetti assai modesti per il grande commercio mondiali di polvere di latte, ma tutt’altro che amari per chi – come i produttori di latte – è obbligato per sopravvivere a creare valore aggiunto.

 

 

 

 

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