La relazioni pericolose: il calcio e le malattie

 

Ci sono relazioni utili e relazioni pericolose. Vale per le amicizie, ma vale anche per la biochimica e la fisiologia. E se si parla di calcio, tanto più per un animale come la bovina da latte che di calcio ne ha un grande bisogno. Bisogno del quale tutti sono più o meno consapevoli, ma non sempre efficaci nei modi e nei tempi con cui farglielo avere.

 

Quanto al calcio poi si tratta di un minerale estremamente socievole nell’ambito del metabolismo, un minerale che in un modo o nell’altro mette lo zampino in moltissime situazioni, sia perché è troppo, sia perché è troppo poco.

 

C’è infatti un nesso tra calcio e stato di salute della bovina che emerge con sempre maggiore evidenza, sia per ciò che si vede in forma clinica che, soprattutto, per ciò che si vede meno perché in forma subclinica.

 

Insomma: tra calcio e malattie ci sono relazioni profonde, che possono essere pericolose, come in un noto film del passato in cui intrighi e relazioni ad alto rischio, sfuggite al controllo, portano il protagonista ad una triste fine.

 

Torniamo al calcio e, come sempre, ascoltiamo un esperto sul tema, per sapersi orientare, evitando relazioni pericolose e favorendo quelle virtuose.

 

 

Il collasso ipocalcemico classico – spiega – con la bovina che stramazza a terra incosciente dopo il parto, è ormai raro, ma l’ipocalcemia rimane ben presente negli allevamenti da latte in forma subclinica. Interessa la metà delle bovine pluripare e un quarto delle manze, e purtroppo non si vede facilmente.

 

L’unica diagnosi valida sarebbe misurare il calcio nel sangue di tutte le bovine che partoriscono, ma in pratica non si fa: costerebbe più la salsa del pesce, come si dice.

 

Della forma subclinica ciò che purtroppo si vede bene sono le conseguenze. La carenza di calcio impedisce il corretto funzionamento dei visceri (utero, mammella, sistema digerente) ed è immunodepressiva, così la bovina si ammala di più.

 

La carenza di calcio aumenta di 9 volte il rischio di chetosi, di 8,9 il rischio di ritenzione di placenta, di 7,7 quello di mastite, di 6 volte quello di metrite, e di 3,5 volte il rischio di dislocazione abomasale. Si può dire che più che una malattia, essa è la porta, anzi, il portone d’ingresso di un sacco di malattie che seguono il parto.

 

Prevenirla è quindi un ottimo modo per risparmiare parecchi soldi.

 

Il problema è come.

 

Negli anni sono state messe a punto parecchie strategie, e ognuna di esse ha dimostrato pregi e difetti. Si possono distinguere in due grandi gruppi: la somministrazione in asciutta di additivi nella dieta o di vitamine che aumentino l’assorbimento del calcio dopo il parto, e la somministrazione di calcio supplementare quando serve.

 

Vediamole.

 

Del primo gruppo molto rinomate sono le diete cosiddette DCAD (Dietary Cation Anion Difference). L’idea è di somministrare in asciutta sali anionici che alcalinizzino l’organismo, in modo da aumentare l’assorbimento del calcio subito dopo il parto. Questo metodo è molto diffuso negli Stati Uniti, ma è poco pratico. I sali anionici hanno infatti un cattivo sapore, quindi gli animali mangiano meno e alla fine, come si dice, fa peggio il taccone del buco. Per somministrare queste diete bisogna stare molto attenti all’ingestione e monitorare frequentemente l’acidificazione dell’urina, che deve mantenersi a un pH compreso tra 7 e 6.

 

Un altro metodo è quello di includere nella dieta da asciutta delle particolari argille per assorbire il calcio (bentonite, zeolite o composti sintetici). L’idea, che viene dall’industria degli elettrodomestici, è di diminuire il calcio in asciutta per favorirne l’assorbimento dopo il parto. Le vacche, però, sono più complicate di una lavastoviglie. Questi ingredienti hanno un cattivo sapore e compromettono l’appetito, Inoltre, chelano (ossia legano chimicamente) oltre al calcio anche altri minerali e oligoelementi, e aumentando il rischio di carenze di micronutrienti preziosi per la debole immunità delle lattifere. In ultimo, le argille sintetiche costano un sacco di soldi.

 

Una tecnica ormai poco seguita è quella di somministrare per iniezione della vitamina D prima del parto. Elevati livelli di questa vitamina aumentano l’assorbimento intestinale del calcio. La somministrazione deve iniziare tra 3 e 10 giorni prima del parto, e questo è il primo ostacolo: conoscere la data con esattezza è difficile e si rischia di ottenere l’effetto opposto. Inoltre, una volta finito l’effetto, i livelli di calcio tendono a calare in modo anormale nei giorni dopo il parto, col rischio di ipocalcemie tardive.

 

A proposito di questi primi tre metodi, c’è poi da sottolineare un aspetto importante: al parto la bovina praticamente non mangia. L’ingestione cala notevolmente nei tre giorni prima e riprende lentamente nei tre giorni dopo, quindi il calcio non può entrare nell’organismo. L’ipocalcemia inizia con l’iniziare del travaglio, ed è lì che è bene agire. Questa osservazione vale anche per i prodotti che forniscono calcio per molti giorni dopo il parto: è un po’ come aspettare che il motore dell’auto fonda e poi cospargerlo d’olio, anziché cambiarlo quando è ora.

 

Il secondo gruppo di strategie prevede quindi di somministrare del calcio extra subito dopo il parto. Poiché quasi 30 grammi di calcio vengono utilizzati per produrre 10 litri di colostro, è stato calcolato che nelle prime 24 ore dopo il parto la bovina ha bisogno di circa 100 grammi di calcio in più rispetto al normale.

 

Ma attraverso quali vie?

 

La più diffusa è probabilmente la fleboclisi di calcio dopo il parto. Non è una buona cosa, perché il calcio somministrato rapidamente determina nel sangue un eccesso che in pratica confonde l’organismo, che per smaltirlo smette di assorbirlo dall’intestino e di mobilitarlo dalle ossa. Quando l’effetto della flebo finisce, dopo circa 4 ore, la bovina scivola in ipocalcemia prima che l’organismo riesca a invertire il processo.

 

È una pratica arcaica e ampiamente sconsigliabile. Meno peggio è l’inoculazione sottocutanea, ma è rischiosa, richiede tempo e l’effetto è di breve durata.

 

La cosa migliore è dare il calcio per bocca. Esistono vari prodotti per bocca, liquidi o in pasta. Poiché l’ipocalcemia inizia con il travaglio, hanno il vantaggio di agire nel momento del bisogno. Il contenuto di calcio deve essere sufficiente, e i sali di calcio utilizzati non devono fare danni: per esempio, il cloruro di calcio è molto efficace, ma è caustico, disgustoso e può causare incidenti.

 

I sali organici come l’acetato, il formiato e il propionato, sono meno pericolosi e inoltre forniscono energia, che non guasta. Le controindicazioni sono che questi prodotti vanno ripetuti a intervalli di 12 ore, e, soprattutto, che rischiano di finire nei polmoni e di causare guai molto seri.

 

Per questi motivi stanno diventando di moda i boli ruminali. Con i boli non c’è spreco, il dosaggio è accurato e non possono finire in trachea. Quelli a lento rilascio si sciolgono lentamente e impediscono che la calcemia scenda troppo nelle prime ore dopo il parto; se durano almeno 24 ore, si possono dare una volta sola senza dover catturare l’animale più volte.

 

Però attenzione, c’è bolo e bolo: bisogna verificare la qualità e la quantità di calcio rilasciata, quanto tempo durano nel rumine e, ovviamente, il prezzo.

 

Un’ultima osservazione. Di solito si dice che le manze non hanno bisogno del calcio. È falso, una su quattro va in ipocalcemia. Meglio tenerle d’occhio: se il giorno dopo il parto sono fiacche, inappetenti o se c’è ritenzione placentare, è buona norma intervenire con un prodotto orale che oltre al calcio fornisca energia e tanto fosforo.

 

 

Quella del fosforo però è un’altra storia, ci torneremo.

 

 

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