Il politicamente corretto non ama il latte (e nemmeno chi alleva)

 

Entro in un locale molto trendy di Milano e chiedo un cappuccino. Potrebbe bastare come richiesta: certo, non dimostro di essere loquace e nemmeno espansivo, ma siamo in un bar, è mattino presto, tutto intorno a me c’è gente che lavora e va di fretta. Ovviamente non io, che di lavoro scrivo, quindi sono due cose abbastanza agli opposti.

 

Non divaghiamo: mi sembra che dire “un cappuccino” basti allo scopo.

 

E invece no: sono così arretrato e ottuso da ignorare che il termine cappuccino è palesemente insufficiente e denota la mia insufficienza nel capire le magnifiche sorti e progressive che si stanno materializzando.

 

Infatti – mi spiega con la pazienza che si mette conversando con un ritardato il barman 4.0, tatuaggi e capello ultrafigherrimo – c’è il cappuccino tradizionale, ma c’è quello vegano, con latte di soia, con latte di mandorla e via di questo passo, un labirinto di possibilità, un eden lattico post moderno.

 

La cosa fa ridere? Un po’ sì, ma soprattutto no.

 

Almeno non fa ridere chi è convinto che la marea impetuosa del politicamente corretto non possa che produrre danni anche più gravi in futuro di quanti non ne abbia già prodotti fino ad ora.

 

C’entra con il latte? Sì.

 

C’è un collegamento tra il progredire in tutti gli ambiti di una forma di pensiero che castra ogni significato forte a favore di una marmellata indistinta di pavidi pigolii (il cui unico obiettivo è quello di non creare fastidi a chicchessia, specie se questo chicchessia è potente) e la luce sempre più nera (lo so, è un ossimoro, ma è per rendere l’idea) con cui è illuminato l’allevamento da reddito, detto anche razionale o, per dire l’incombente parolaccia (prima che la psicopolizia mediatico-animalista ne proibisca l’uso), “intensivo”.

 

 

Che lo si voglia o meno, che lo si capisca o no, le nuvole nere che si affacciano all’orizzonte non sono solo quelle della insipienza di chi ci governa o dell’ottusità dei burocrati di Bruxelles (certo, anche i nostri non se la cavano male, intendiamoci) o, ancora, degli alti e bassi del prezzo del latte o delle supposte furbizie di questa o quella industria.

 

Cose vere, ma non è tutto.

 

C’è una svolta culturale in atto nel mondo occidentale che vede con sospetto crescente l’allevamento e chi ne è coinvolto: in pensieri, parole, opere e omissioni.

 

È una derivazione secondaria, se volete minore, del politicamente corretto dove tutto quello che è netto deve essere sfumato, quello che è vero deve essere ridefinito in tante declinazioni diverse, a patto che siano così tenui da essere irrilevanti.

 

Culturalmente, che spazio volete che possa trovare, in questa melassa artificiale che vuole appiccicarsi su tutto, un mondo come quello zootecnico che poggia inevitabilmente su un concetto tabù per il politicamente corretto come la morte?

 

Già, proprio così. il ragionamento è semplice: si alleva per poi macellare. Punto.

 

Ovviamente non lo si fa per gusto o per divertimento: si fa per produrre alimenti, perché il diritto alla nutrizione degli esseri umani è sempre stato motivo sufficiente per giustificare la pratica dev’allevamento.

 

Ma adesso, in un’epoca in cui c’è persino chi sta (seriamente, non è una barzelletta) ripensando la storia dell’estinzione dei dinosauri come una conseguenza dell’azione dell’uomo, il vecchio paradigma è saltato.

 

Quindi tutto ciò che prevede come termine finale la macellazione – con il passaggio intermedio, ad esempio, della mungitura – è male.

 

Punto.

 

Per dire: provate a vedere nelle facoltà di veterinaria quanti sono gli studenti che seguono i corsi sugli animali da compagnia e quanti sono quelli che seguono i corsi per animali da reddito. Per muovere i primi ci vuole una corriera, per i secondi basta una Smart.

 

 

Se uomo e animale sono la stessa cosa, è ovvio che l’unico rapporto possibile è la compagnia.

 

 

Per questo bisogna fare il possibile per spezzare il cerchio che si sta stringendo.

 

 

Cerchio culturale, per ora. E dopo?

 

 

Il mondo di chi lavora la terra e alleva animali può dare un contributo fondamentale (e i social sono un’arma di comunicazione in mano a tutti). Ha una sua immunità verso il politicamente corretto che gli deriva dal vedere ogni giorno che la natura può essere madre ma anche matrigna e, soprattutto, ha delle leggi che non cambiano conformemente ai proclami del Sinedrio del politicamente corretto e delle ideologie, anche se questi proclami, a furia di essere ripetuti, diventano il pensiero comune.

 

Dunque, ben venga il cappuccino al latte di soia, ci mancherebbe. Ma senza che passi il concetto che è un latte migliore, perché politically correct.

 

Il contrasto al diffondersi di questo pensiero è la vera battaglia culturale che abbiamo davanti. Non sarà una cosa facile: saranno trincee da difendere palmo a palmo.

 

 Unknown

(L’illustrazione è tratta da LinkedIn, gruppo BrilliantAds)

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