In azienda ci sono stoccaggi per tutto, tranne per ciò che è più prezioso: l’acqua

 

Il cambiamento climatico è probabilmente ineluttabile, anche se è lecito qualche dubbio sull’ideologia – con i suoi dogmi incontestabili – che di questo argomento si è appropriata.

 

Ciò non toglie che le temperature aumentano e, purtroppo, aumenteranno, spostando più a nord dell’Italia quelle caratteristiche climatiche che fino a qualche decennio fa abbiamo conosciuto.

 

Contestualmente, quello che alcuni decenni fa era l’identikit climatico di certe aree del mondo a clima semiarido, diventerà (sta diventando) sempre più comune da noi. Al sud ma anche al centro e, parzialmente, anche al nord.

 

Questo significa sempre meno acqua a disposizione, fine dei tempi dell’acqua sempre a disposizione e a costo irrisorio.

 

Va ripensato tutto quanto proprio in funzione della disponibilità dell’acqua, in un contesto dove invece tutto è orientato al suo spreco.

 

Vale per gli ambienti civili e vale per l’agricoltura. È sciocco illudersi o aspettare la salvezza da qualche pioggia in arrivo: dal cielo arriverà meno acqua e meno neve. e quando arriverà lo farà in maniera concentrata e devastante.

 

E ci saranno con sempre più frequenza ondate di calore tali da rendere estreme situazioni di difficoltà, anche in fasi stagionali dove la scarsità d’acqua non era mai stata un problema.

 

Sull’acqua serve una grande presa di coscienza collettiva, che spinga investimenti e strategie verso la realizzazione di invasi artificiali distribuiti sul territorio.

 

Questo vale per il centro sud, ovviamente, dove le battaglie per la disponibilità d’acqua sono più datate, ma, soprattutto, vale per il nord Italia, dove la crisi dell’acqua è storia recente e ancora molti dormono il sonno dei tonti, convinti che si possa andare avanti all’infinito con le stesse colture, con le stesse tipologie di stalle, con gli stessi protocolli gestionali, con le stesse modalità di lavorazione del terreno.

 

Il problema non è solo una questione di investimenti pubblici, di invasi e di lavori per mettere a nuovo una rete di distribuzione dell’acqua che versa in uno stato disastroso.

 

Il problema pone sfide anche a livello di ogni azienda: ognuno deve ragionare a casa sua e pensare, semplicemente: cosa succederebbe se, per qualche ragione, venisse a mancare l’acqua per un giorno, per due, per tre?

 

E non dico l’acqua per irrigare, dove c’è (e anche questo, nei modi, nei tempi, nelle modalità tradizionali è tutt’altro che garantito, con Alpi sempre più povere di neve, inverno dopo inverno e piogge più scarse) ma intendo per la routine di ogni giorno.

 

Produrre latte è un lavoro che richiede, soprattutto, acqua. Certo, anche un sacco di altra roba, ma, soprattutto, acqua.

 

Davvero si può pensare di avere stoccaggi per tutto e pianificare ogni tipo di approvvigionamento tranne che per ciò che è più critico, ossia l’acqua?

 

Penso che nella stalla del futuro – un futuro molto prossimo – oltre alle vasche per i liquami ci dovranno essere vasche di stoccaggio per l’acqua. Come le stazioni ferroviarie ai tempi dei treni a vapore, dove non mancava mai il grande serbatoio d’acqua per il rifornimento delle locomotive. E nelle stalle di locomotive ce ne sono a centinaia.

 

Acqua potabile per gli abbeveratoi; recupero di acqua piovana per gli altri usi, ad esempio doccette e lavaggi. E via di questo passo.

 

Non si scappa, e il fatto che se ne parli poco non cambia la sostanza: è vero che ogni azienda è una realtà differente dall’altra, ma ciò che le accomunerà tutte sarà la necessità di risolvere il problema dell’acqua, a partire dalla messa in sicurezza degli approvvigionamenti.

 

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