Il latte deve andare oltre il latte

 

I consumi di latte non vanno bene, è abbastanza chiaro. Intendo il latte come bevanda, ma anche sui derivati non splende il sole. È una tendenza mondiale che vede le generazioni più giovani allontanarsi dal latte o guardarlo, se non con sospetto, quanto meno con indifferenza. Se ne è scritto qualche giorno fa.

 

Quando si mettono in moto questi trend si possono fare varie cose.

 

Ad esempio non fare nulla e continuare come si è sempre fatto, aspettando che le cose cambino o che qualcuno trovi una soluzione che porti vantaggi per tutti. È chiaro che questa logica non ha alla base una grande strategia.

 

Altra possibilità: analizzare perché questo succede.

 

Capire quali sono le ragioni che spingono a un determinato comportamento segmenti importanti e crescenti di consumatori e da qui individuare se quanto si produce può essere modificato per assecondare meglio i desideri di acquisto del consumatore.

 

Anzi, dei consumatori.

 

Perché un primo elemento di discontinuità rispetto al passato è che l’acquisto famigliare e il latte come alimento indiscutibile e indiscusso al centro di ogni scelta alimentare sono uno scenario del passato.

 

Il latte come bevanda non è più considerato un brand di salute e qualità della vita. C’è chi ne contesta le modalità di produzione, ci sono intolleranze crescenti, c’è chi ha esigenze particolari (lo sportivo per citare la fascia più giovane o giovaneggiante) che cerca qualche cosa di più mirato alle sue esigenze nutrizionali, c’è semplicemente la noia del consumatore sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo.

 

 

Il latte, in quanto latte, è rimasto lo stesso da sempre. Un grande valore, ma anche un’occasione persa per proporsi anche come altro rispetto alla semplice bevanda della colazione.

 

Qualcosa di più sofisticato, di più mirato, di più cool.

 

Vale per il latte liquido soprattutto, perché nel campo degli yogurt si è fatto un po’ di più, si è allargato il tiro con prodotti da bere, da spalmare, con probiotici, prebiotici. Ma senza fare chissà quali sfracelli, giusto i compiti necessari per la sufficienza.

 

 

Ma le dinamiche mondiali di produzione sono crescenti nel medio e lungo periodo e tanto latte prodotto richiede tanto latte consumato, direttamente o indirettamente.

 

 

Dato che di bere latte in quantità crescenti non se ne parla, non resta che il consumo trasformato. Certo, ovviamente, in formaggi e latticini vari.

 

Ma la trasformazione riguarda anche la bevanda.

 

Servono prodotti innovativi, serve ricerca, tecnologie, capacità di inventare nuove cose che ora non ci sono, ma che occuperanno fasce di mercato crescenti, nelle quali il latte sarà una materia prima che fornisce componenti da smontare e assemblare in modo nuovo.
Il latte-latte continuerà ad essere la parte preponderante, ovviamente, ma probabilmente domani ci saranno anche tanti latti differenti, per le differenti destinazioni. O, quanto meno, questo richiederanno i consumatori guardano lo scaffale del supermercato.

 

C’è poi un filone di sviluppo come fornitore di componenti di pregio: nella “miniera” latte sono tantissimi, conosciuti e meno noti. Avere più ricchezza di questo o quello (per la nutraceutica, per la cosmetica, per la farmaceutica, per la chimica fine, eccetera eccetera) potrebbe dare una redditività in più.

 

Un po’ come certi minerali dai nomi semisconosciuti diventati di colpo di valore altissimo perché fondamentali per gli smartphone.

 

Il bicchiere del latte da bere è mezzo vuoto: la metà che manca o la si riempie inventandosi altro o resterà vuota.

 

senza-titolo

 

 

 

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