Quando la sostenibilità non è solo un modo di dire

 

Ripercorrendo a ritroso la storia recente delle bionergie non si può non notare che, riguardo al biogas, la questione non sempre ha funzionato come era lecito attendersi.

 

Quella che doveva essere soprattutto una possibilità per piccole e medie aziende agricole di ottimizzare la gestione dei reflui e integrare il reddito è diventata spesso una comoda autostrada per impianti di grandi dimensioni e potenze, nei quali l’impronta agricola è stata superata ampiamente da quella finanziaria.

 

Non senza problemi, anche gravi, che non hanno tardato a manifestarsi: potenze installate nettamente al di sopra della biomassa aziendale prodotta, con necessità di rivolgersi sul mercato per quantitativi importanti, con prezzi che – data la richiesta – hanno cominciato a salire, allontanandosi da quelli ipotizzati nei business plan in fase di progetto; concentrazione di impianti in aree ristrette, con competizione serrata nell’uso della terra (sia per produrre colture energetiche che per distribuire il digestato a fine ciclo) tra aziende zootecniche e aziende energetiche, con prezzi schizzati alle stelle; qualche problema tecnico e qualche fermo impianto imprevisto legato a gestioni non troppo ortodosse delle biomasse, soprattutto in termini di costanza e omogeneità di alimentazione.

 

Insomma, la vicenda del biogas non è stata sempre un successo laddove ci si è fatti ingolosire da potenze elevate e dalla possibilità di cambiare mestiere, passando da essere produttori di latte (o carne) a produttori di energia elettrica generosamente sovvenzionata.

 

Tutto ciò, ovviamente, non significa che non ci siano stati esempi, anche numerosi, dove l’inserimento del biogas ha permesso la messa a punto di filiere virtuose, capaci di far compiere importanti balzi in avanti in termini di redditività economica e sostenibilità ambientale e sociale.

 

Un esempio eccellente in questo senso è quello di una cooperativa di allevatori in un’area montana del Veneto, che ho visitato da poco.

 

Questa cooperativa ha iniziato a produrre energia da poco più di tre anni e nel triennio ha trattato l’equivalente di circa 57.000 mc di reflui zootecnici.

 

In questa storia ci sono vari protagonisti.

 

Ci sono dieci aziende di bovini da carne e da latte, per circa mille capi adulti e la rimonta, distribuite sull’ampio territorio comunale. Tutte aziende, chi più chi meno, che, essendo su area vulnerabile e avendo parte dei terreni con pendenze elevate, avevano qualche problema per la gestione delle deiezioni nei tempi e nei modi prescritti dalla normativa.

 

Ma anche il comune aveva i suoi grattacapi nel mantenere la piscina comunale: un ottimo impianto, molto apprezzato in un’area turistica, ma dai costi (circa 120mila euro/anno il conto del gasolio) energetici, registrati nei tre anni di attività, insostenibili per le casse di un piccolo comune.

 

Ecco allora che, in una vicenda esemplare, i problemi di molti trovano una reale possibilità di soluzione, e una soluzione che diventa anche l’occasione per ridurre i costi e aumentare il reddito.

 

Per farla breve: si forma una cooperativa che realizza un impianto biogas da 250 kW elettrici e 300 kW termici destinato a raccogliere e utilizzare letame e liquame (solo letame e liquame) delle aziende socie.

 

Il comune cede un’area alla cooperativa per la realizzazione dell’impianto e, in cambio, ottiene la fornitura di calore, coprendo le necessità della piscina e, prossimamente, anche quelle dell’erigendo polo scolastico.

 

E non è finita.

 

L’impianto prevede anche il sistema di rimozione dell’azoto. Ebbene,  il refluo depurato verrà prossimamente ceduto per essere stoccato e utilizzato per irrigazione a una azienda vicina che sta iniziando un progetto di coltivazione di ciliego di montagna. Qui, dati i terreni carsici, la disponibilità d’acqua è un fattore critico e quindi la possibilità di disporre di quantitativi regolari di acqua  è un elemento chiave per la riuscita del progetto.

 

Tutto qui?

 

Ancora no.

 

Potrebbe diventare presto una realtà anche un sistema di pellettatura della parte solida del digestato (calore ce n’è ancora a disposizione) con possibilità di vendita di questo prezioso composto organico.

 

Insomma: per qualcuno la sostenibilità (possibile) non è solo un modo di dire.

 

 

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