L’Italia è ancora un Paese da mais?

 

Si può fare a meno del silomais. E si può farlo con un allevamento che gira a mille (adesso), meglio di quanto andasse prima (quando la razione prevedeva un altissima quantità di silomais).

 

Dopo un’estate come quella appena trascorsa crescono e si rafforzano gli interrogativi sulla convenienza di continuare a utilizzare il mais come base foraggera.

 

C’è un clima che si è fatto critico da primavera a estate inoltrata, l’acqua poca quando serve e costosa da usare per l’irrigazione, e ne serve sempre di più per limitare i danni di bolle di calore e siccità prolungate, frequenti e micidiali.

 

Produrre mais costa tanto e la qualità finale in balia di tanti elementi difficili – a volte impossibili – da controllare.

 

Chi non ha ripensamenti da fare e continuerà sulla strada già intrapresa, tra i tanti, è questo allevatore veneto che da cinque anni a questa parte ormai, ha abbandonato il silomais.

 

Al suo posto ha scelto – e sta continuando a scegliere, cercando quello migliore – miscugli di cereali autunno-vernini che insila ad elevato tenore di sostanza secca e a questi fa seguire il sorgo, anch’esso insilato.

 

Le ragioni di questo abbandono del silomais? Soprattutto la difficoltà, legata l’andamento stagionale e alla disponibilità d’acqua per le irrigazione, di avere un prodotto di qualità. E poi il problema delle micotossine, il cantiere di lavoro impegnativo e costoso.

 

Erano problemi cinque anni fa, figuriamoci ora.

 

Da qui la nuova impostazione foraggera, che poggia in maniera centrale sull’erbaio autunno-vernino e sull’umile (ma sempre più raffinato) sorgo da foraggio a fare da complemento.

 

Le produzioni e la situazione complessiva della mandria non hanno dato segno di soffrire troppo alla dipartita del silomais, anzi.

 

Dal “mai senza mais”, a “mai il mais” il passo è breve. E, dopo un’estate come quella appena passata, non saranno pochi quelli che lo intraprenderanno.

 

mais in crisi idrica

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