Più valore? La comunicazione è la base, non un optional

 

Va bene l’etichetta, va bene, ci mancherebbe.

 

Va bene l’italianità certificata, va bene, ci mancherebbe.

 

Va bene dirsi in continuazione che siamo quelli che ce l’hanno migliore di tutti il latte che fanno.

 

Va bene tutto questo, perché è cosa buona e giusta.

 

Ma non basta.

 

Non basta perché tutto ciò diventi valore. Tutto ciò diventa valore se c’è chi è disposto a pagare anche solo un centesimo di più rispetto a un prodotto analogo.

 

Ma il consumatore lo si raggiunge se, insieme alla campagna e alla stalla si è capaci di far lavorare anche la sfera della comunicazione.

 

Chi produce alimenti deve infatti comunicare direttamente con il consumatore. Ancora di più chi produce alimenti di origine animale che, dal punto di vista dell’immagine, non se la passano per niente bene.

 

Se la situazione è questa, e cioè se gli allevatori sono messi spesso sul banco degli imputati con una sfilza di capi di accusa (inquinamento, maltrattamenti degli animali, sfruttamento cinico, quantità di prodotto spinte a scapito della sanità di animali e prodotti, e via imputando) viene da chiedersi se per caso qualche colpa non l’abbiano anche loro.

 

Dato che nella sostanza, escluse rare e deprecabili eccezioni, sono tutte accuse  infondate, se prende corpo un’idea di allevamento così lontana dalla realtà, la colpa è certamente anche dei produttori.

 

Ed è una colpa, grandissima colpa, di mancata comunicazione.

 

 

Per decenni, infatti,  tutto il mondo allevatoriale non ha minimamente considerato l’importanza di rapportarsi direttamente con il consumatore finale in maniera professionale, scientifica.

 

Ha lasciato che il racconto, il rapporto, la costruzione di immagine (e, di riflesso, di valore) fosse fatta da altri. Come se la valorizzazione di contenuti materiali e immateriali e dalla comunicazione di essi al consumatore, al fine di crearne un bisogno, fosse cosa che non riguardasse chi alleva e munge, in forma singola (e fin qui passi: il tempo è quello che è e le cose da fare sono tante) o in forma associata (qui la grande dimenticanza è già più difficile da comprendere o assolvere).

 

Il consumatore non deve sentirsi raccontare solo di proteine, di grasso, di lattosio, di residuo secco, di tutti i parametri cioè che si possono trovare in etichetta. Certo, anche questo,  ma deve essere coinvolto in una narrazione, guidato in un percorso, aiutato in una scelta che fa dell’italianità la vernice immateriale che rende unico il prodotto e preferibile – e ripetibile – la sua scelta.

 

Tutto ciò crea valore. Tutto ciò richiede una strategia di comunicazione. Altrimenti è come fare una macchina perfetta, ma senza le ruote.

 

L’ assenza dall’arena comunicativa è figlia ovviamente anche della polverizzazione dei produttori e delle loro divisioni storiche mai arrivate a una sintesi, che hanno lasciato spazio – e margini conseguenti – agli altri segmenti della filiera.

 

Se però il passato è passato, per il futuro è necessario non ripetere gli stessi errori.

 

Chi produce latte deve sapere comunicare cosa produce e perché quello che produce è necessario per il consumatore, preferibile ad altre opzioni.

 

Ad esempio i simil-latti di origine vegetale o quelli dilati Paesi produttori. E vale anche per tutto il resto del food dream, ovviamente.

 

Non si possono lasciare spazi vuoti: ogni segmento comunicativo deve essere occupato e presidiato, perché il vuoto non esiste e la piazza delle idee sarà occupata da quelle voci (quelle sì assai bene organizzate) che mirano a combattere alla radice l’allevamento animale.

 

Cosa comunicare? Gli argomenti sono quelli noti: salubrità, benessere animale, basso consumo di farmaci, sostenibilità ambientale. E, ancora: contenuti nutrizionali, valore nutraceutico, e chi più ne sa più ne metta.

 

Il consumatore deve assorbire questi messaggi come per osmosi e farli propri. Ma questo avviene solo se la strategia comunicativa è pianificata, compatta, articolata con scientificità, e ha dietro di sé la forza di tutti i produttori, qualunque sigla sindacale li caratterizzi.

 

Pensiamo al “glamour” della Coca Cola e a quello del latte; pensiamo ai contenuti nutrizionali dell’una e dell’altro; pensiamo al rispettivo prezzo di vendita. Il latte ne esce praticamente a pezzi.

 

Contano le mille iniziative dei singoli, ma serve innanzitutto un buldozer comunicativo che spiani la via per chi ha meno forza, e questo bulldozer deve spianare la via a tutti e da tutti deve essere sostenuto (e pagato).

 

Ovviamente la comunicazione non basta: servono anche prodotti innovativi, fantasia, anticipazione dei gusti in base a una demografia che sta cambiando.

 

Tutto questo ha un costo, certo. Ma per i produttori l’emergenza comunicativa non è meno rischiosa di altre emergenze tecnico-economiche ben più considerate. Peccato che per una comunicazione seria, efficace, di impatto – al contrario che per tante tessere di appartenenze di discutibile utilità – nessun produttore (o quasi) abbia mai messo un centesimo.

 

C’è da imparare, eccome, dalla geniale pubblicità del Buondì.

 

 

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