Consumo di acqua, sfruttamento del suolo, residui di concimi e pesticidi… ma è la cannabis, non il mais

 

 Consumo di acqua, sfruttamento del suolo, residui di pesticidi e concimazioni nelle falde, terreno fertile sottratto alla produzione di alimenti… Accuse note, che ormai non fanno meraviglia. Invece no, perché questa volta non si parla di mais o altre colture intensive, ma di una coltura molto politically correct come la cannabis.

 

Vediamo.

 

In un pezzo apparso su Environmental Science and Technology (e riportato in sintesi su ScienceDaily) si solleva la questione della sostenibilità ambientale di questa coltivazione, in una prospettiva di aumento delle superfici utilizzate a seguito della crescente liberalizzazione.

 

Ricercatori dell’Università del Nord Carolina (Usa) e di Lancaster (UK) hanno così chiesto alle agenzie federali americane di finanziare studi che si occupino di raggruppare dati relativi proprio agli aspetti ambientali della produzione di marijuana con l’obiettivo di rendere questa coltivazione più sostenibile a livello ambientale.

 

Che l’industria della marijuana – anche dal versante agronomico – stia crescendo a ritmi impetuosi lo dicono le cifre: nel solo Colorado il fatturato legato alla produzione di marijuana ha praticamente eguagliato quello relativo alla coltivazione di grano. Entro il 2020 si stima un giro d’affari della vendita legale di marijuana che genererà un reddito annuale superiore a quello della Lega nazionale di Football.

 

C’è quindi di che preoccuparsi per gli aspetti ambientali della coltivazione, dicono gli autori dell’articolo.

 

In particolare si sottolinea come la cannabis sia una coltura particolarmente esigente per temperatura (25-30°C per le coltivazioni in serra), luce, fertilità del suolo e acqua.

 

I pochi studi disponibili su queste coltivazioni hanno messo in luce impatti ambientali estremamente critici legati alle eccessive richieste di acqua ed energia e alla dispersione di residui.

 

Ad esempio, uno studio su coltivazioni illegali outdoor nel nord della California ha rilevato come le grandi quantità di acqua estratte dai corsi d’acqua abbiano minacciato l’ecosistema acquatico. Inoltre, concimi, pesticidi, erbicidi, fungicidi utilizzati per la coltivazione si sono poi ritrovati nei corsi d’acqua, contribuendo ad aggravare la compromissione dell’ecosistema acquatico già danneggiato dai volumi di acqua sottratti per la coltivazione.

 

Se poi parliamo di coltivazione indoor la richiesta di energia è particolarmente alta, paragonabile – scrivono di autori – a quella dei centri dati di un motore di ricerca.

 

Come tutto ciò si rifletta sulla carbon footprint della produzione di marijuana è facilmente immaginabile.

 

Considerazioni sono fatte anche a livello di inquinamento dell’aria per le emissioni legate alla coltivazione. Emissioni da parte delle piante durante la coltivazione, non emissioni legate al fumo, che creano un problema per gli ambienti di coltivazione chiusi e in una prospettiva di coltivazioni su larga scala.

 

Gli Autori sottolineano come tutti i dati raccolti fino ad ora provengano da coltivazioni illegali e, pertanto, sia possibile mettere a punto protocolli di coltivazione più sostenibili a livello ambientale in un’ottica di legalizzazione.

 

Solo una banale considerazione finale: tutti coloro che si scagliano contro l’agricoltura intensiva, quella cosa obsoleta e fuori moda che produce alimenti, perché consuma acqua, suolo, inquina, devasta potrebbero ricordare che questi peccati originali ce li ha anche la coltivazione della cannabis, verso la quale però l’atteggiamento in tal senso è molto più comprensivo.

 

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