Il grasso? Un carico di briscola per le nuove contrattazioni dei premi qualità

 

 

 

Certamente la grande novità di questo scorcio d’anno è stata il balzo stellare del prezzo del burro.

 

Una crescita spinta da ragioni che abbiamo già analizzato (crollo dell’uso di olio di palma con conseguente aumento della domanda mondiale di burro, molto di più delle capacità del mercato di assecondarla) e che, questo è il dato importante, assomiglia più a una tendenza stabile che a una bolla speculativa.

 

Ciò significa che il burro è diventato improvvisamente un carico di briscola, laddove prima era qualche cosa di tollerato, cercato ma non troppo, addirittura osteggiato ai tempi delle quote.

 

Un carico di briscola che può essere calato nella discussione sul prezzo del latte e, soprattutto, sul peso dei premi qualità.

 

Avere un peso economico maggiore del premio sul grasso potrebbe consentire di fare magari qualche litro di latte in meno e un po’ di grasso in più.

 

Niente che non sia facilmente realizzabile (senza aspettare i tempi più lunghi di una selezione mirata per una maggiore attenzione al grasso) agendo sul razionamento, lavorando con una maggiore attenzione su più fibra digeribile che, guarda caso, è anche quella parte di razione che fa funzionare meglio il rumine, tiene a bada l’acidosi e, in generale, fa stare meglio la vacca.

 

La fame di burro che di colpo è salita in tutto il mondo è un’opportunità di sfruttare (e, possibilmente, farsi pagare meglio.

 

Grasso (adesso) è bello.

 

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