L’allevamento e il benessere da dare (ma anche da dire)

 

 

È ormai un po’ una minestra riscaldata parlarne, ma penso sia comunque necessario, perché sul tema si rischia di parlare molto, ma agli uditori sbagliati.

 

 

Come se ci fossero piani isolati, coibentati, insonorizzati, dove ogni parola viene trattenuta e non può venire udita.

 

 

Il contesto è quello della zootecnia intensiva e di come questa possa e a quali condizioni avere un posto dignitoso, cioè da protagonista come altri settori strategici dell’economia, non come un’attività tollerata e messa in discussione continuamente.

 

 

Intendo attività economica non a caso: se un’attività è economica deve per forza di cose conciliare ogni aspetto che la contraddistingue con la produzione di un utile. Altrimenti è altro.

 

 

Una prima puntualizzazione è necessaria ed è una puntualizzazione che già definisce il primo piano coibentato.

 

 

Questo livello è quello di coloro che a priori, “a prescindere” direbbe Totò, rifiutano – senza se e senza ma – che si possano allevare esseri viventi allo scopo di produrre alimenti. Ancora di più, rifiutano assolutamente che tutto ciò si realizzi in una cornice di utili, guadagni, profitti e via dicendo.

 

 

Per questa parte di opinione pubblica non credo ci sia alcuna possibilità di accordo e compromesso. L’una posizione è assolutamente antitetica all’altra. Seminare qui è seminare sul marmo.

 

 

C’è poi un secondo segmento: quello di chi accetta la possibilità che degli animali siano allevati allo scopo di produrre alimenti, e che questo sia inserito in un contesto economico. Non rifiutano a prescindere la macellazione finale.

 

 

Tuttavia rifiutano la tipologia propria dell’allevamento intensivo, fatta di strutture, protocolli di gestione, tecniche di alimentazione che, per forza di cose (vedasi il concetto di attività economica) sono volte alla massima produttività.

 

 

Questi consumatori hanno un’idea di allevamento che è qualche cosa di molto simile (al punto di diventare quasi la stessa cosa) con la situazione naturale, il più delle volte quella dell’immaginario collettivo: pascoli verdi, spazi immensi, ritmi lenti, tutto bello, pulito, gioioso (certo, si dimenticano mosche e tafani, parassiti, predatori, acqua scadente e/o carente, pascoli magri, rocce sporgenti… ma non stiamo a sottilizzare).

 

Con questa posizione ci sono sicuramente margini di dialogo maggiori, anche se minimi.

 

Diciamo che non considerano degli assassini gli allevatori, ed è già una bella cosa.

 

È però una visione elitaria, snobistica e antipopolare.

 

In un’ipotesi del genere i numeri negli allevamenti dovrebbero essere ridotti enormemente per una semplice questione di spazi e, di conseguenza, anche la produzione di alimenti di origine animale diminuirebbe in proporzione.

 

Con due ovvie conseguenze: i costi dei medesimi andrebbero alle stelle e quindi solo pochi fortunati potrebbero permetterseli.

 

Un po’ come è sempre accaduto nei secoli dei secoli, quando la carne era cosa da grandissime occasioni sulle mense dei più.

 

Se con queste due categorie diventa difficile trovare un concetto condiviso di benessere animale, c’è però tutta una platea di consumatori – a mio avviso la stragrande maggioranza, avendo le due precedenti una consistenza numerica amplificata dalla grande esposizione mediatica – con cui è possibile, possibilissimo dialogare.

 

Questa terza categoria va informata con chiarezza sul fatto che si può conciliare allevamento intensivo con modalità di gestione degli animali rispettose.

 

Il più delle volte è ciò che accade negli allevamenti e che sempre più e meglio viene perfezionato: recinti più grandi che danno spazi e possibilità di riscoperta parziale del pascolo; sistemi di controllo microclimatico sempre più perfezionati che assicurano ogni giorno condizioni di vita ottimali agli animali; sistemi di mungitura a livelli tali di automazione da rendere l’atto totalmente dipendente dalla scelta delle bovina; possibilità di alimentare con una precisione che copre ogni minima necessità, con materie prime sempre più sane e controllate; sanità degli animali assicurata sempre di più e meglio con pratiche preventive e sempre meno con farmaci.

 

Questa non è fantascienza, è ciò che si fa. Non è benessere da storiella patinata, ma qualche cosa che va a dare risposta, spesso anche assai bene, alle famose cinque libertà considerate le architravi del benessere animale.

 

L’importante è farlo, l’importante è anche dirlo.

 

kiuuyiy0

 

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