Più latte e meno gas

 

 

Certamente tra le sfide a cui dare risposta in tempi brevi, per chi a vario titolo vive di allevamento (allevatori e filiera di tecnici, studiosi, pensatori, sperimentatori & affini), quella della riduzione delle emissioni di gas a effetto climalterante è da considerare con attenzione.

 

 

Anche perché, ad ogni blocco del traffico a causa dello smog, ad ogni improvviso accorgersi che l’aria è inquinata, la ricerca del colpevole finirà, inevitabilmente, a inquadrare una categoria che non ha certo più colpe di altri (parco auto obsoleto, caldaie, anche le stufe a pellet, nel loro piccolo, non scherzano) ma che, dato che è già nel mirino, diventa facile colpirla anche per la questione delle emissioni.

 
Inutile girarci intorno: gli allevamenti, come ogni attività produttiva, hanno un peso a livello ambientale e, segnatamente, di emissioni gassose climalteranti, in particolare metano e anidride carbonica. Ma c’è anche la questione ammoniaca, e anche qui non è difficile, per l’opinione pubblica distratta o per qualche indagatore da scoop facile, gettare colpe sull’allevamento.
 

Ci si può indignare, ma non si può negare la sostanza, e cioè che, al fondo c’è del vero. Quello che vale per ogni attività produttiva chiamata, almeno in linea teorica, a ridurre al minimo gli effetti delle sue emissioni, deve diventare un imperativo anche per l’allevamento.

 

 

Deve diventarlo, soprattutto, prima che l’argomento sia brandito come una clava per dare mazzate al sistema zootecnico anche dalla prospettiva ambientale.

 

 

I punti critici si conoscono: le fosse dei liquami aperte, le pratiche di distribuzione, le modalità (e frequenza) nella raccolta delle deiezioni in stalla, il parco macchine utilizzato, le tecniche agronomiche, le modalità di alimentazione. Aggiungiamoci anche l’efficienza di trasformazione della mandria (che, malgrado ciò che credano tante Alici nel Paese delle Meraviglie, quanto più è alta tanto meno l’allevamento inquina per unità di prodotto creata) e il quadro è completo.

 

 

In tutti questi passaggi ci sono possibilità concrete di riduzione delle emissioni di gas.

 

 

Non solo. È pochissimo considerato il ruolo del sistema agrozootecnico come stoccatore di carbonio. Non solo può ridurre le emissioni di CO2, ma, aumentando la dotazione di sostanza organica del suolo (cosa di cui la fertilità dei terreni italiani ha un disperato bisogno quasi ovunque) può contribuire attivamente a togliere un po’ della CO2 che è immessa in atmosfera da altri settori produttivi.

 

 

E questo è un bonus importante da spendere, anche per la sua valenza comunicativa: non solo si ribalta l’accusa di essere inquinatori, ma addirittura ci si può proporre come coloro che aiutano a ripulire l’atmosfera dai danni fatti da altri.

 

 

Tutto ciò ha un’importanza strategica, va considerato, volenti o nolenti. Le emissioni di gas vanno contenute e tutto ciò – opportunamente comunicato e dimostrato – deve diventare una leva anche economica in ogni trattativa.

 

 

Anche perché, la storia insegna, meglio darsi da fare su base volontaria oggi, sfruttando tutti i vantaggi che può dare il raggiungimento dell’obiettivo tra i primi, che essere poi obbligati a farlo domani, lasciando agli altri pezzi della filiera tutti i vantaggi.

 

 

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