Big Data, la nuova torta a cui forniamo gli ingredienti

 

Tutti sanno cosa è il Big Ben. Moltissimi sanno cosa è un Big Mac. Pochi invece, almeno tra il grande pubblico, hanno grande dimestichezza con il termine “Big Data”.

 

Eppure i Big Data riguardano da vicino tutti noi e anche in agricoltura sono destinati ad avere una parte da protagonisti.

 

Allora, cominciamo a definire questi Big Data. Ebbene, per farla breve, sono tutti quei giacimenti di dati prodotti in maniera crescente, addirittura esponenziale, da tutta l’elettronica che gestisce fette sempre più importanti della nostra vita e del nostro lavoro.

 

Non c’è passo che facciamo, azione che compiamo, lavoro che completiamo, comunicazione che intrecciamo senza che, più o meno consapevolmente, produciamo una montagna di dati. E, quel che più conta, inviamo questi dati a server più o meno remoti, che immagazzinano, immagazzinano, immagazzinano…

 

Una quantità all’interno della quale, sapendola cercare – ovvero disponendo degli algoritmi adatti – si può trovare anche tanta qualità, tanto valore, perché tutti questi dati alla rinfusa, opportunamente allineati, danno tante succose informazioni su ogni nostra abitudine, preferenza, gusto.

 

E  diventano una torta assai appetibile.
E, infatti, la torta dei Big Data è il piatto ricco del business 4.0 su cui molte grandi aziende si sono buttate. Magari discretamente, senza dare nell’occhio, ma su questa torta hanno messo – e da qualche tempo – i loro interessati occhi, che, come quelli di Paperon de Paperoni, quando vedono l’affare sostituiscono il simbolo del dollaro alla pupilla.

 

In tutto ciò anche il mondo agricolo è dentro, eccome. Sia pure in ritardo per quanto riguarda l’avanzata dell’elettronica, sta recuperando a larghe falcate. Pensiamo alla quantità di dati che partono dal precision farming: dai sistemi automatici di rilevazione legati alla gestione della mandria per arrivare allo sterminato orizzonte della  agricoltura di precisione.

 

Fiumi di dati che fotografano in tempo reale l’andamento di un’azienda nei suoi minimi dettagli. Dati che planano poi nei soliti server accoglienti, come semi nella terra, per generare nuova ricchezza.

 

Il segreto è raccogliere più dati possibili dall’utenza e intrecciarli con altri dati provenienti da altre piattaforme, per creare prodotti, App ad esempio, in grado di gestire in tempo reale determinate attività, facilitando mansioni, migliorando i risultati e quindi appetiti da vaste platee di consumatori.

 

Guarda caso, proprio quei consumatori che forniscono tanti dati che, come il ciclo dell’acqua, evaporati prima tornano poi come pioggia, ossia come prodotti a pagamento che a loro volta forniranno altri dati e così via.

 

La competizione mondiale sul controllo dei Big Data in campo agricolo coinvolge pesi massimi planetari che da tempo hanno intrapreso un percorso di acquisizione di società specializzate nella creazione e gestione dati in campo agricolo, per la creazione di prodotti commerciali in grado di inserirsi come tasselli sempre più indispensabili nelle gestione di ogni attività.

 

Un insieme di dati legati alle previsioni meteo, alle lettura delle condizioni di umidità e fertilità del suolo, a tutte le sfaccettature dell’attività di migliaia di aziende e ai dati che tutta la strumentistica di precisione fornisce, mappe elettroniche, banche dati le più disparate.

 

Tutto questo, opportunamente shackerato e ordinato, permetterà a ogni agricoltore – ad esempio – di puntare lo smartphone al suolo in un determinato punto del pianeta e una App lo guiderà in tutte le scelte necessarie per avere la massima resa: da cosa seminare, quando, come, con quali concimazioni, quando raccogliere, quali parassiti controllare, con cosa, quando, come, perché di quella particella di terreno saprà tutto e lo potrà intrecciare con dati storici e previsioni.

 

Ovviamente App a pagamento o legate all’uso di prodotti e servizi in esclusiva, e fin qui niente di male, è la logica del mercato. Il pericolo è che quanto più il patrimonio dei Big Data sarà appannaggio di aziende private, magari poche multinazionali che controllano tutta la filiera di produzione, e quanto più esse saranno in grado di legare e condizionare direttamente schiere sempre maggiori di produttori, si creerà un potere immenso di condizionamento da parte di pochi su un settore strategico come quello della produzione di alimenti globale.

 

E questi pochi potrebbero rispondere più a logiche di corporate che di necessità di popoli e stati.

 

Del resto lo si è già visto con i social: poche aziende, poiché persone, sono in grado, virtualmente, di condizionare le modalità di comunicazione e la stessa vita di miliardi di individui in ogni parte del mondo, che allegramente e volontariamente riempiono di dati, immagini, informazioni (anche sensibili) le piattaforme social e i server, regalando valanghe di dati.

 

Sarà lo stesso per la produzione di alimenti? Le scelte verranno condizionate da pochi nuovi padroni del vapore, ossia dei Big Data? Siamo all’inizio di qualche cosa di nuovo e rivoluzionario, e dietro le quinte gli investimenti in atto sono massicci. Per tornare all’insegnamento dei maestri del pensiero economico, come Paperon de Paperoni, mai si è sentito che chi investe cento non si aspetti di recuperare molto, molto di più.

 

Insomma: i Big Data sono la grande torta a cui ognuno di noi fornisce gli ingredienti. Ma sono molto pochi quelli che la stanno cucinando, per poi rivendercela a fettine, a caro prezzo.

 

 

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