Che i tappi saltino

 

Con i brindisi di fine anno e gli auguri di rito, c’è un protaginista assoluto: il tappo di sughero che, più o meno potentemente, parte dalla bottiglia e dà la colonna sonora della festa.

 

 

Il tappo deve saltare se si vuole fare il brindisi. Finché il tappo resta avvinghiato sulla bottiglia, al suo interno ci può essere un paradiso di piacere e bollicine, ma resta tutto dentro.

 

 

Certo, il tappo non salta senza una sforzo. E non salta senza un botto. Non di rado si registra qualche spargimento di vino e danni collaterali.

 

 

Questa è la regola, altre possibilità non ci sono.

 

 

E lo stesso vale per un settore, come quello del latte, che sicuramente ha più di un tappo che ostacola l’esplosione delle sue potenzialità.

 

 

C’è il tappo della divisione. Di chi rappresenta gli allevatori ad ogni tavolo e negoziato. Ma una divisione che si ritrova poi anche alla base, basti pensare – per fare un minimo esempio – alla frammentazioni e alla litigiosità non di rado esistenti sui social di gruppi che, nominalmente, avrebbero un unico obiettivo. Inutile illudersi: siamo italiani, siamo individualisti: cuore grande, generosità quando serve, ma poi ognuno fieramente per proprio conto.

 

 

C’è il tappo del peso della burocrazia e dell’apparato pubblico in tutte le sue estensioni e costi: produttore di norme, carta, controlli e lacci di ogni tipo che rendono tutto più complicato, più costoso e più difficile.

 

 

C’è il tappo del clima che cambia e complica le cose. Roba recente, ma che richiede agilità di mente e di braccio perché le siccità non migliorano sperando che non arrivino e, se negli anni di buon prezzo del latte si spende tutto il margine per comprarsi fieno in emergenza, come andranno le cose nei tempi grami? Va rivisto alla radice (letteralmente) tuto il discorso foraggero, cominciando a percorrere vie agronomiche nuove, in termini di colture e di lavorazioni.

 

 

C’è il tappo della ostilità mediatica all’allevamento. Inutile prendersela con il destino, meglio cominciare a lavorare seriamente a livello di comunicazione per fare valere le tantissime ragioni di chi produce alimenti, smettendo di giocare in difesa e buttando a casaccio la palla in tribuna, ma costruendo contropiedi capaci di fare gol.

 

 

C’è il tappo della gestione aziendale raramente costruita su una analisi seria dei dati, su programmazioni razionali, su analisi fredde di ipotesi alternative, su scelte fatte con i numeri più che sulle emozioni.

 

 

C’è il tappo di un approccio sanitario alla mandria che ancora non ha messo al biosicurezza e la prevenzione delle malattie al primo posto, perdendo soldi e latte per mettere toppe quando i problemi si moltiplicano.

 

 

C’è il tappo di un’età al primo parto ancora troppo alta, di manze che entrano in produzione troppo tardi.

 

 

C’è il tappo di carriere produttive troppo corte, di frequenti uscite forzate dalla stalla prima che inizino le lattazioni in grado di ripagare i costi di produzione della manza.

 

 

E avanti così, sicuramente chi legge potrà aggiungerne altri.

 

 

L’augurio mio è che almeno qualcuno di questi tappi possa saltare e il vino buono possa riempire i bicchieri della festa.

 

 

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