Essere piccoli, un dovere per tutti (soprattutto per i grandi)

 

Vale la regola del dover essere grandi (nella gestione) quando si è piccoli, ma vale anche il suo contrario. Non nel senso che se si è grandi bisogna essere piccoli nella gestione, ci mancherebbe.

 

Bisogna essere – o meglio, rimanere – piccoli nell’approccio mentale, nel porsi davanti ai problemi, nel mantenere la fame di novità, la voglia di crescere e fare meglio, l’idea che ci sia ancora tanto da imparare di quando si era piccoli e si voleva crescere.

 

Specialmente quando si è grandi, quando i numeri sono importanti, quando si è percorsa una strada che ha portato successi e riconoscimenti (vale per un allevamento, ma vale anche per la vita professionale di ognuno) la tentazione di dimenticarsi di quando si era piccoli, di quando si guardava con curiosità tutto e tutti cercando di imparare, è forte. Quasi inevitabile.

 

Ma è una tentazione fatale.

 

Bisogna invece – almeno, io credo fortemente in questo – essere e rimanere piccoli, dubitare ogni giorno di protocolli e regole che si sono seguiti per capire se non sia possibile fare meglio.

 

Bisogna guardare e ascoltare chiunque pensando che ci possa sempre essere la possibilità di cogliere lo spunto interessante, l’idea a cui non avevamo pensato, la soluzione particolare, la pagliuzza d’oro in un mucchio di sabbia.

 

Quando si è grandi o grandicelli, nei numeri e nei risultati, quando si è additati come riferimento, quando il nostro ego viene massaggiato piacevolmente dalla piccola adulazione spicciola, la tentazione di pensare di avercela fatta, di essere in gamba, di mettere la nostra esperienza come modello per noi stessi, è forte, ma è una trappola.

 

È la fine del miglioramento, l’inizio della strada in discesa che può diventare un burrone.

 

Perché in ogni attività complessa, come complesso è l’allevamento, non si finisce mai di imparare e chi smette di imparare – e di pensare che deve imparare sempre, ogni giorno e in ogni ora del giorno – è come chi pensa di nuotare senza dover più muovere braccia e gambe, solo perché ha già imparato a nuotare molto bene.

 

Ho conosciuto accademici di grandissimo valore che però ascoltavano anche i più semplici tra i dipendenti di una stalla con l’atteggiamento di chi sa che anche da loro può arrivare un’indicazione interessante, un’idea.

 

Ho chiacchierato con allevatori di gran nome e grandi numeri che non smettevano di mettersi in discussione e cercavano senza sosta nell’esperienza di colleghi molto meno blasonati lo spunto utile da inserire nel loro lavoro quotidiano per migliorare.

 

Ma ho anche conosciuto tecnici e professori pieni tante sicurezze indistruttibili, convinti di avere verità verso cui la platea di piccoli poteva solo degnarsi di ascoltare. O allevatori convinti che non ci fosse nulla da imparare al di là del loro cancello e di sistemi e idee che non cambiavano da anni, se non decenni.

 

 

Ripeto, vale per ogni professione, per ogni realtà, per ogni persona: non si è mai arrivati una volta per tutte.

 

 

Ogni giorno bisogna ripartire e imparare come se fosse il primo.

Non si è mai grandi abbastanza.

 

 

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