Ma l’Appennino è solo per lupi e cinghiali?

 

Se uno leggesse la cronaca di questi mesi sembrerebbe che l’unica specie animale da sostenere, proteggere, incentivare per le nostre montagne è… il lupo.

 

Per carità, pur parteggiando apertamente per il cacciatore ai tempi in cui mi leggevano Cappuccetto Rosso, non ho una avversione preconcetta per il lupo e, anzi, le avventure di Ezechiele Lupo mi divertivano non poco e parteggiavo sempre per lui rispetto a quei saccenti di tre porcellini, in particolare il saputello che si costruiva la casa in mattoni e calce.

 

La questione però è un’altra.

 

Si potrebbe incentivare di più e meglio anche qualcosa d’altro per rilanciare l’Appennino e immense superfici lasciate al degrado e al bosco.

 

Superfici che sono possibile pascolo, possibile carne, possibile reddito per un Paese che allegramente vede scomparire poco alla volta molta parte del suo sistema produttivo.

 

Magari è meno glamour che parlare di lupi nei salotti e nei circoli dei buoni samaritani da animalismo social, ma passare dalla chiacchiera alla concretezza è sempre utile, anche in un povero Paese come il nostro che con la chiacchiera inconcludente mantiene legioni di nullafacenti da decenni.

 

Ci sono infatti esperienze che mostrano come sia possibile collegare al meglio esigenze diverse, come il recupero di aree boschive abbandonate, la produzione di carne, la necessità di fare reddito.

 

Quella che voglio proporvi è una di queste, a mio vedere significativa e concreta. È l’esperienza di un allevatore di bovine di razza Angus sull’Appennino modenese.

 

Un esempio, tra i tanti, di come ciò che ora è degrado e abbandono potrebbe diventare altro e magari meriterebbe qualche aiuto pubblico in più.

 

L’allevamento è allo stato semibrado, prevede l’impegno di risorse minime per le strutture, sfrutta terreni abbandonati e ottiene un prodotto eccellente, per il quale non riesce a tenere testa alle richieste. Vitelli da ingrasso in primo luogo, poi fattrici e, da poco, soggetti che hanno fatto tutto il ciclo di allevamento (dalla nascita all’ingrasso) al pascolo. ci sono circa 80 fattrici, con l’obiettivo di arrivare a 200 entro pochi anni.

 

Le condizioni di benessere animale sono estreme, addirittura esagerate, roba da stordire anche il più accanito animalista. A quel che si può vedere, anche quelle del benessere umano non scherza, almeno per chi ama il genere.

 

Il sistema di allevamento, nella declinazione fatta qui, unisce antico e moderno, in un equilibrio con ambiente e portafoglio sicuramente interessante. Altissima selezione, uso massiccio dell’Embryo transfer, vendita di capi in Italia e all’estero, marketing e immagine per utilizzati per rinforzare una qualità di prodotto, già ampiamente percepibile a vista, e per aggiungere possibilità di reddito extra legate a un turismo di piccoli gruppi desiderosi di passare qualche giorno in un’atmosfera western, anche se a pochi chilometri dalla città.

 

Va sottolineato poi il peso crescente che la razza Angus sta acquisendo nel panorama delle razze da carne. Non tanto per una questione di numeri di fattrici e di capi ancora modesto, ma per una richiesta che cresce nel mondo delle carni da hamburger e da griglia, confermata dalla espansione di locali specializzati proprio in questo.

 

In ogni città fioriscono le hamburgerie di vario ordine e grado, e questo è un dato interessante, tanto più che secondo certa vulgata staremo tutti diventando vegetariani.

 

Angus è un nome che fa presa tra il consumatore giovane da hamburger, anche perché la marezzatura tipica delle sue carni ne lascia un ricordo più che positivo al palato.

 

Torniamo all’esperienza concreta.

 

Mediamente un recinto al pascolo ha una superficie di un ettaro per capo presente. Deve avere una parte di prato e una di bosco, perché la Angus ama andare a nascondersi e pascolare tra le piante, riparandosi dal calore estivo ma anche nutrendosi di foglie, germogli, ghiande, sottobosco.

 

Deve esserci anche una sorgente d’acqua. L’area viene poi recintata con filo elettrificato e rete. Completa la dotazione del recinto una tettoia e un punto di raccolta del fieno. Ogni mese si fa il giro dei vari recinti e si lascia sotto la tettoia un ballone di fieno. Tutto il resto della loro alimentazione le bovine lo recuperano al pascolo.

 

Qui il terreno non manca di certo e in molti casi si tratta di bosco ceduo poco produttivo e semiabbandonato. Terreni quindi di basso costo, che trovano una loro rinascita produttiva.

 

Ogni gruppo è costituito da una quindicina di animali, con il toro sempre presente. Non ci sono solo fattrici adulte, ma anche manzette più piccole che stando con le bovine più vecchie imparano la vita al pascolo.

 

Il toro non solo provvede alla monta, ma svolge anche una funzione di protezione del gruppo dalle inside dei predatori selvatici. Il gruppo di animali, in presenza del toro, è molto più attivo ed efficace nel difendersi, nel creare il cerchio di capi adulti a protezione dei più piccoli.

 

Non dimentichiamo che qui i lupi sono tutt’altro che pochi e se ne fregano del politicamente corretto: non mangiano insalata, ma mettono volentieri i denti su un vitello se ne hanno l’occasione. E fossero solo i lupi: c’è un crescere di importanza degli ibridi che sono di fatto lupi del livello successivo (come nei videogiochi) perché fanno il danno dei lupi, ma dalla componente cane hanno preso il non avere paura dell’uomo.

 

La presenza di animali al pascolo in recinti razionali ha un effetto positivo anche sul territorio. Sul bosco innanzitutto. In condizioni di abbandono la crescita incontrollata del sottobosco e la presenza delle foglie che si accumulano senza mai essere rimosse, sterpaglie, rami secchi, creano uno strato che ostacola l’arieggiamento del terreno e la crescita delle piante, per non parlare dei rischi di incendio.

 

L’incremento di produzione legnosa vendibile che si ottiene nelle aree dove c’è il pascolo è tangibile.

 

Se si vuole recuperare al reddito aree abbandonate della montagna e della collina la via delle Angus ha qualche cosa da dire per chi vuole ascoltare. E se non è Angus, ovviamente, può essere qualche altra razza: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

Insomma: ci sono le razze, ci sono sterminati pendii appenninici abbandonati, c’è la ricerca di sapori e prodotti legati alla terra e al pascolo, ci sono giovani volenterosi, e i vantaggi di una “riconquista”, diretti e indiretti, sarebbero enormemente superiori ai costi.

 

Eppure sulle pendici appenniniche regnano sovrani (e protetti) solo lupi e cinghiali.

 

 

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