Benessere animale: bolli e longevità

 

Intendiamoci: sicuramente il percorso della certificazione da parte di un Ente terzo del grado di rispetto del benessere animale è un passaggio strategico per portare l’allevamento a livello delle richieste del consumatore e, dettaglio non secondario, anche delle grandi catene, multinazionali, che gestiscono lavorazione/commercio/somministrazione degli alimenti di origine animale.

 

Il benessere animale, come tutte le questioni che prevedono una certificazione, ha messo peraltro in moto una catena di attività e una filiera di figure professionali che dal benessere animale sono sicuramente beneficate, se non altro perché ha creato un filone di corsi, convegni, lavori, pubblicazioni non indifferente. Benessere animale, dunque, ma anche con qualche sfumatura interessante di benessere umano.

 

Ma non divaghiamo.

 

La filiera del benessere certificato porta alla fine del percorso a certificazioni e bolli, che attestano il rispetto di parametri ben definiti di condizioni di allevamento e management complessivo a misura di benessere.

 

E, fin qui, niente da dire, ovviamente.

 

Tuttavia c’è un punto critico, una domanda malandrina che qualche impavido paladino del vegetarianismo d’assalto, del veganesimo messianico, dell’animalismo profetico potrebbe porre a chi spieghi in altezza, larghezza e profondità quanto benessere c’è nelle stalle:

 

“Perché la vita media di una bovina in stalla è così breve?”

 

Ora, a una domanda come questa si può rispondere in tanti modi, considerando le mille variabili che condizionano la convenienza o meno di tenere in stalla una vacca oltre una certa lattazione.

 

Ma, indiscutibilmente, c’è un tasso di rimonta obbligata per problemi sanitari e riproduttivi che, a livello nazionale, abbassa pesantemente la media di lattazioni e potrebbe alimentare qualche dubbio in malafede sull’effettivo benessere presente.

 

Perché i metri quadri di lettiera, i centimetri di fronte mangiatoia o di abbeveratoio sono cose che ai non addetti ai lavori non dicono molto; ma che una vacca vada raramente oltre la terza lattazione in stalla – per citare un dato medio approssimato con generosità – questo è un punto debole di chi deve contrastare l’attacco di chi dice che l’allevamento è un lager.

 

Ad esempio in un talk show televisivo o in qualche indagine d’assalto con relativi “video verità”, dove si combatte a slogan e dove il plotone di esecuzione è schierato contro chi alleva, in servizio permanente effettivo.

 

Questo vale anche per l’export: dire che i nostri Dop sono eccellenti va bene, dire il benessere animale lo garantiamo va assai bene, ma la domanda malandrina di cui sopra potrebbe comparire sulla bocca di qualche puntigliosa addetta acquisti di qualche grande catena, che, abbassando gli occhiali sulla punta del naso leggendo e rileggendo i dati delle stalle da cui proviene il prodotto, non riuscirebbe a spiegarsi perché la durata in stalla delle bovine è così breve (sperando che non consideri l’altra sciocchezzuola  sulla quantità di antibiotici) se il benessere animale è una priorità.

 

Tutto questo per sottolineare come la longevità dei capi diventerà un punto sul quale, scorrendo tutte le belle qualità che possiamo offrire con i nostri prodotti, più di un dito indagatore si soffermerà e porrà domande.

 

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