Agonia di una Dop (o delle Dop?)

 

È tema di strettissima attualità la situazione critica del Grana Padano, che getta un’ombra lunga e minacciosa su tutta la realtà lattiero-casearia nazionale.

 

È indubbio che prezzi di vendita così bassi sono il sintomo preoccupante di una malattia sulla quale – come al capezzale di Pinocchio – molti dotti si esprimono, molte cause sono tirate in ballo, ma l’organismo non migliora.

 

Una cosa è certa: se una Dop come quella del Grana Padano, con i suoi costi, con i suoi limiti, con le sue rigidità imposte dal disciplinare, non è in grado di pagare meglio chi fornisce la materia prima (sostenendo  costi più elevati proprio perché all’interno del circuito della Dop), allora bisogna porsi delle domande non solo su questa Dop specifica, ma su tutto il sistema delle Dop.

 

Semplicemente: le Dop sono ancora in grado di generare un valore extra rispetto al non Dop? E questo valore extra dove va a finire?

 

Ebbene, alla prima domanda si può rispondere di sì, ma è la risposta alla seconda  che preoccupa.

 

Il valore extra generato dalle Dop non va ai produttori.

 

I produttori hanno vincoli rigidi dati dal disciplinare che alzano i loro costi di produzione e rallentano – o bloccano – eventuali strade che possono accrescere l’efficienza e abbassare i costi ma il prezzo che viene loro pagato per il latte così prodotto è a livello – più o meno – di una commodity.

 

Perché?

 

Perché le Dop sono sempre più sfuggite dal controllo dei produttori e sono diventate via via bandiere di marketing per i livelli successivi della filiera.

 

Sono come le aquile imperiali che precedevano le legioni romane: un luccichio abbagliante, un senso di soggezione per chi le vedeva, ma dietro c’erano i legionari che facevano il grosso del lavoro.

 

Per dirla fuori metafora: le Dop servono a chi produce il made in Italy agroalimentare per conquistare i mercati mondiali. Con le Dop, certo, ma soprattutto con la grande quantità di prodotti non Dop.

 

Il made in Italy agroalimentare che conquista il mondo – ricordiamolo – è fatto con sempre maggiore ricorso a materia prima di importazione.

 

Per quali ragioni le multinazionali che hanno fatto incetta di marchi italiani sarebbero altrimenti interessati alle Dop?

 

È il tocco di cipria che serve per rendere accattivante tutto il resto.

 

E i cosiddetti tarocchi?

 

Ovvio che siano un problema, ma un problema che sorge dalle considerazioni di cui sopra ed è alimentato dal fatto che, non di rado, sono (per stare sul tema grana) interscambiabili (per il consumatore) con un Grana Padano Dop, ma meno costosi.

 

Chi dà le carte si adegua e, stando un po’ di qua e un po’ di là, si tiene a galla.

 

Per ora.

 

Perché non c’è futuro per una Dop che chiede costi supplementari a chi produce, ma non è in grado di garantirgli un reddito adeguato.

 

C’è un dopo Dop su cui cominciare a ragionare seriamente.

 

 

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