Se la cooperativa gestisce il liquame (e aggiunge qualche centesimo al prezzo del latte)

 

Un sistema collettivo di denitrificazione dei reflui abbinato a un impianto di biogas alimentato con solo liquame e letame.

 

La scelta fatta da una lungimirante cooperativa è un esempio di come il biogas possa essere un tassello chiave per sostenere una filiera produttiva, risolvendo il problema dei nitrati e fornendo un reddito accessorio a sostegno del prezzo del latte.

 

L’idea di realizzare un impianto di biogas è stata considerata alcuni anni fa. Non tanto come strumento per fare reddito facile – come è stata l’illusione di molti, spesso al di fuori delle filiera zootecnica, negli anni passati – ma come parte di una progetto più ampio per risolvere il problema dei nitrati delle stalle socie.

 

Non c’è bisogno di ricordare come in quest’area del bresciano ci sia una concentrazione di allevamenti (e impianti di biogas con il loro digestato da smaltire) che va di pari passo con la scarsità della terra e rende il problema nitrati quasi insormontabile per ogni stalla.

 

 

Da qui la decisione della cooperativa di realizzare un impianto centralizzato di abbattimento dell’azoto, con abbinato un impianto di biogas da 1 Megawatt, alimentato con le sole deiezioni, per rendere economicamente sostenibile il tutto.

 

 

Come racconta il direttore della cooperativa, l’impianto nel suo complesso (ossia i due segmenti tecnologici: impianto biogas + impianto per la rimozione dell’azoto dal digestato) è stato realizzato in parte in equity, ossia con capitale proprio, trattenendo a questo scopo una frazione dei dividendi dei soci e riducendo così l’entità del mutuo contratto con l’Istituto di credito.

 

 

Vediamo nel dettaglio come funziona la filiera delle deiezioni.

 

 

Ogni giorno un terzista, secondo una turnazione prestabilita, raccoglie da un certo numero di aziende socie liquame e letame. Le prime sono immesse nella vasca di raccolta presso l’impianto, il secondo in una trincea coperta.

 

 

Il viaggio di ritorno nelle stesse aziende che hanno portato la “materia prima grezza” avviene con un carico di digestato, separato dalla parte solida, con il 50% di azoto in meno e una parte di separato.

 

 

I quantitativi per ogni azienda sono stati calcolati sulla base dei litri di latte consegnati al caseificio, basandosi su un’equivalenza empirica ma sufficientemente precisa che chi fa più latte produce anche più deiezioni.

 

 

I costi di trasporto sono a carico della cooperativa, che ha stipulato un contratto triennale con il terzista. A carico della cooperativa sono anche gli oneri di realizzazione del Pua, che viene fatto da un agronomo in maniera unificata per tutti i soci.

 

 

Grazie alla rimozione dell’azoto, ciascun socio ha di fatto risolto i suoi problemi di carico zootecnico per ettari di terra disponibili, che altrimenti l’avrebbero costretto – data la scarsità di terra e i suoi costi esorbitanti – a ridurre il numero di vacche (certo, inevitabilmente le capacità fertilizzanti del liquame di ritorno sono minori, ma questo è il rovescio della medaglia a cui non si può fare niente).

 

 

La scelta di fare un impianto di biogas alimentato a solo liquame e letame è stata dettata dalla volontà di non avere costi di alimentazione del digestore, limitati a piccole quantità di melasso o farina da dosare quando, in corrispondenza di periodi piovosi, i liquami che arrivano nel digestore sono un po’ impoveriti.

 

 

Un vantaggio non da poco, possibile per un impianto di questo tipo, è la sua gestione da parte di un tecnico specializzato. Far funzionare bene un digestore nel tempo non è una cosa facile, come molti hanno imparato a loro spese.

 

 

Certo, un impianto come questo ha costi elevati. Quelli di ammortamento, quelli di manutenzione, quelli legati al normale funzionamento. Costi (che si aggiungono a quelli legati al trasporto delle deiezioni e agli oneri per la redazione del Pua) che sono coperti dai proventi dell’energia elettrica prodotta col biogas.

 

 

E una volta ripagato il mutuo con la banca, per la durata dell’incentivo, ci sarà un utile, che verrà redistribuito tra i soci come integrazione al prezzo pagato sul litro di latte consegnato.

 

 

5 piccolo digestore biogas 100 kW

Una risposta a "Se la cooperativa gestisce il liquame (e aggiunge qualche centesimo al prezzo del latte)"

  1. ai posteri l’ardua sentenza
    anche qui se il manager è scadente sarà un fallimento
    come nelle stalle senza robotizzazione

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