Nella filiera aperta il valore scivola da monte a valle

 

Se non si chiude la filiera il rischio, sempre più concreto, è che i carichi tra i segmenti produttivi siano suddivisi equamente: qualcuno lavora, qualcuno trasforma, qualcuno si si tiene i margini.

 

Una esagerazione, ma nemmeno poi tanto.

 

Chi produce, tanto più se produce una commodity o quasi, ha sempre maggiore difficoltà a vedersi riconosciuto un valore congruo, perché l’attribuzione di valore alla materia prima avviene in fasi successive.

 

Quella della trasformazione industriale e quella del rapporto finale con il consumatore in fase di distribuzione.

 

Certo, è seccante, ma è così.

 

Produrre e basta è importante, ma non fondamentale se e quando tantissimi altri possono farlo, senza sostanziali diversità nel prodotto fornito.

 

Tanto più se il latte viene consegnato da una miriade di produttori scollegati tra loro e il ritiro e la trasformazione industriale è cosa di poche decine di soggetti significativi.

 

Andiamo avanti.

 

Consideriamo un altro aspetto non trascurabile oggi, e ancora di più in prospettiva: si beve meno latte ma se ne spalma di più.

 

Non solo: vanno forte i “beveroni” per palestranti e palestrati, le bevande mirate (nutraceutiche o simili), le trasformazioni fresche, i dessert… cose pronte all’uso, cose dietetiche, cose golose, cose che si fanno con il latte, ma che richiedono capacità di leggere in anticipo gli orientamenti del consumatore; dotazione tecnologica per lavorare la materia prima, scomponendola e ricomponendola nelle  varie referenze finali; preparazione scientifica (non maccheronica) nel marketing; marchi e packaging che attraggano l’attenzione; massa critica per confrontarsi con la Distribuzione in una posizione, se non di forza, almeno non di totale subalternità.

 

In tutti questi passaggi il latte acquista valore, ma, ovviamente, il valore lo mette in saccoccia chi questi passaggi controlla e gestisce. E non si capisce, in una logica economica e non caritativa, perché dovrebbe andare diversamente. Sarebbe bello, ma nell’acquario del mondo reale nuotano più squali che pesciolini rossi.

 

Inutile lamentarsi: solo una filiera di produttori che controlli direttamente anche il segmento industriale (con tutte le sue gioie e i suoi dolori) ed è in grado di fare la voce grossa (o, almeno, sostenuta) con la Distribuzione può pensare di dare un futuro di valore in maniera strategica all’altra metà della produzione di latte italiana, quella di chi non fa Dop nelle varie articolazioni sociali in cui ciò avviene.

 

Un piccolo esempio di come può girare il fumo.

 

Prendiamo il benessere animale, che pure è un plus, di questi tempi.

 

Ci sono due prospettive.

 

La prima è quella di una filiera in cui i produttori controllano direttamente la lavorazione industriale e grazie alla evidenza della produzione ad alto benessere possono pensare di avere qualche vantaggio economico nelle preferenze di acquisto, con il beneficio che arriva direttamente ai produttori.

 

Oppure, nell’altra situazione, il forte rischio è che il sigillo benessere venga imposto ai produttori per il ritiro del loro latte. Ovviamente ai produttori andrebbero i costi e poche briciole, a chi ritira e trasforma il latte i vantaggi.

 

Già, si dirà: ma l’etichettatura, l’italianità? Certo, meglio di niente. Ma meglio non contarci troppo. È vero che crescono i consumatori che leggono le etichette come fossero brani ispirati di un rapper di grido, ma crescono anche coloro a cui interessa di più la particolarità (dietetica, funzionale, di status) di un dato prodotto derivato dal latte.

 

 

Chi compra Coca Cola (che è un vertice assoluto di marketing, immagine, tecnologia industriale applicati a una bevanda) si preoccupa forse da quale fonte arriva l’acqua con cui è fatta?

 

 

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