Vacche da latte o ciminiere?

 

Ma quante puzze fanno queste bovine? La domanda è d’obbligo per il consumatore distratto, dato che sempre più frequentemente l’allevamento bovino è messo al centro dell’attenzione per il problema dei gas serra emessi. Certo, la semplificazione mediatica non sta troppo ad andare per il sottile e, delle vie d’emissione possibile, considera quella posteriore che si presta molto meglio alla battuta facile, rispetto a questioni di fermentazione ruminale più difficili da capire e spiegare.

 

Tuttavia la sostanza non cambia. E la sostanza è che l’allevamento, anche per la questione dell’inquinamento, sta scivolando sul banco degli imputati.

 

Perché questo accade? Perché, di tutte le fonti di inquinamento che allegramente avvelenano l’aria, il dito accusatore sempre più viene puntato contro l’allevamento?

 

È sempre la solita storia.

 

C’è una debolezza strategica del mondo della produzione: l’informazione è un tavolo da poker e il mondo della produzione è quello che le carte le riceve per ultimo e riceve sempre le carte peggiori; l’informazione è un esame e il mondo della produzione è quello che sta in prima fila e non può copiare e viene severamente osservato mentre tutti gli altri dietro copiano alla grande; l’informazione è una coda al buffet e il mondo della produzione è quello che è sempre superato da tutti e quando arriva al tavolo trova solo le briciole.

 

Si potrebbe continuare: la sostanza è che il mondo della produzione non ha la minima capacità di orientare il flusso della comunicazione che raggiunge la superficie dell’opinione pubblica, che fa il dibattito e che, in ultima analisi, orienta le scelte e le decisioni.

 

Semplicemente subisce. Subisce e produce reazioni, spesso disordinate e totalmente inefficaci.

 

Questo perché non ha una sua strategia comunicativa, non sa cosa vuole comunicare, quali priorità darsi, quale immagine raccontare di sé a tutto il mondo che sta fuori.

 

Non ha un atteggiamento proattivo, ma solo e sempre reattivo: reagisce, di volta in volta, alle accuse: una volta riguardano il benessere animale, una volta i farmaci, una volta questo o quest’altro, e via così.

 

Tuttavia, alla giuria neutrale dei consumatori, che non sanno alcunché di cosa sia l’allevamento, il messaggio che arriva è che il mondo della produzione ha tanto da nascondere, visto che è impegnato a difendersi in continuazione.

 

Anche perché, ovviamente, anche l’accusa più fantasiosa ha sempre al suo interno un granello di verità e la verginità assoluta è una condizione impossibile da sostenere.

 

Adesso è la volta dell’inquinamento. Ancora una volta, come tutte le altre volte, il mondo della produzione si trova a doversi difendere da un’accusa che gli viene mossa, con tante esagerazioni e il solito fondo di verità.

 

Come tutte le altre volte subisce e reagisce, perché in precedenza non ha mai comunicato il valore enorme per l’ambiente del suo esistere.

 

Come sempre, tende a cadere nel tranello: indignarsi, respingere ogni accusa, dare la colpa a tutti gli altri che fanno peggio.

 

E così facendo finire sempre più con l’incartarsi nella ragnatela di chi l’accusa.

 

Quindi?

 

Per prima cosa la comunicazione bisogna gestirla, non subirla.

 

Il mondo della produzione nelle sue varie articolazioni ha sempre preferito frequentare le sagrestie politiche e sindacali, l’aiuto, la mediazione, il favore, lo scambio, dimenticandosi di affrontare in maniera decisa l’opinione pubblica, comunicando in maniera strategica con essa.

 

Tutti i portatori di interessi cercano di indirizzare l’opinione pubblica a loro favore.

 

Il mondo della produzione ha invece sempre pensato che il problema non lo riguardasse.

 

Questi sono tempi in cui la verità non basta più a sé stessa, bisogna dirla, comunicarla, difenderla.

 

Perché quando arriverà qualcuno a dire e scrivere che una bovina inquina più di un vecchio autotreno diesel, per molti sarà anche naturale crederci.

 

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