Quell’idea di montagna del consumatore di città è una nicchia di valore

Trovare in città una sola persona di buon senso e papille gustative funzionanti che non associ un pensiero positivo all’idea di un alimento prodotto in montagna è estremamente difficile, se non impossibile.

La montagna, da sempre, è sinonimo di genuinità, di sapori autentici, di onestà di ingredienti, di assenza di chimica e residui.

C’è del vero e, ovviamente, c’è anche della retorica, ma questo non conta. Non conta, almeno,  in termini di marketing: se una platea di consumatori potenziali crede a una cosa quella cosa ha un valore, quindi un prezzo, per chi la sa mettere in vendita.

Questo vale anche per la gamma al completo dei prodotti zootecnici: il “Prodotto in montagna” è un punto di forza di qualunque offerta. Va valorizzato e colto in tutte le sue possibilità. Un esempio lampante è il marchio per il Parmigiano Reggiano fatto in montagna che permette ai caseifici coinvolti di spuntare qualche decina di centesimi in più al kg rispetto al Parmigiano Reggiano classico.

Fermo restando il fatto che chi produce in montagna dovrebbe essere indennizzato per il sostegno che garantisce ogni giorno al mantenimento del territorio, e concentrandoci sulla sfera tecnica, bisogna innanzitutto premere l’acceleratore sulla produzione: per vendere bisogna avere prodotto, più se ne ha, più se ne può vendere.

Le stalle di montagna devono migliorare i loro parametri tecnici, produttivi e riproduttivi e la qualità. Serve genetica, servono attrezzature, servono soluzioni nutrizionali innovative, a partire dalla produzione foraggera.

Serve igienicità, assenza di residui, bassi input farmacologici. Soprattutto questo – che spesso già c’è – deve essere dimostrabile.

Serve attenzione massima a tutte le nicchie che aggiungono valore e che sono assolutamente a portata di mano: ogm free e biologico, per dire le due più evidenti.

Serve una aggregazione della produzione in circuiti di maggiore forza, capaci di agglomerare quantità di prodotto adeguate, organizzare referenze differenziate (dal fresco allo stagionato, dal latte fresco, allo yogurt, al formaggio), stringere rapporti con la Grande distribuzione (che ha colto da tempo il valore di marketing della montagna), servono marchi ben riconoscibili dalla platea dei potenziali acquirenti e investimenti per sostenerli.

Magari un unico grande marchio che caratterizzi tutta la produzione italiana in quota, che richieda il rispetto di determinati requisiti agli aderenti (ad esempio pascolo, trattamenti ridotti, uso di foraggi di montagna, benessere animale…eccetera) e crei un extra-valore.

Da sempre la montagna è sinonimo di fatica, lavoro duro e vita grama. Per il consumatore di città (per intenderci, quello che la montagna la conosce solo per le settimane bianche o per cui la salita è da intendersi come salita sulla seggiovia) è però sinonimo di qualità maggiore di quel che si produce e si mangia.

Ed è pure disposto a pagarlo, ma lo deve trovare nello scaffale del supermercato, rassicurato da marchi, confezione e tracciabilità formato smartphone.

senza-titoloxrshglk

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...