Perché il caldo estivo è un problema sempre maggiore (e non è solo una questione di cambiamenti climatici)

 

Che lo stress da caldo sia un grosso problema è cosa nota. E che questo problema sia sempre più diffuso lo dimostra il fatto che su questo tema cominciano a preoccuparsi anche in aree geografiche come il nord Europa, non certo tra i Paesi al mondo che per primi vengono alla mente allorché si parla di caldo in allevamenti per la produzione di latte.

 

Invece anche in questi Paesi il caldo estivo sta diventando un fatto seriamente considerato e valutato, a dimostrazione che il problema è ormai globale.

 

Ovviamente c’è una questione di cambiamenti climatici che spingono gradualmente verso l’alto le temperature medie. Se si considera che gli esperti indicano tra -5 e +15 °C la temperatura in cui una vacca da latte si trova nella sua zona di comfort termico e si guarda l’andamento delle temperature medie nel Globo, si nota che fuori rischio caldo è ormai una parte minima del mondo, nell’estremo nord e nell’estremo sud. E questo solo considerando l’effetto del caldo sulle vacche, senza fare considerazioni sulla disponibilità di acqua, che pure è un altro snodo strategico e sempre più critico.

 

Ma anche se le temperature restassero costanti, se non ci fosse effetto serra e tutto il resto, il problema caldo si porrebbe comunque.

 

Questo perché c’è un altro dato che pesa, eccome se pesa: è il continuo aumento delle produzioni di latte delle vacche, generazioni dopo generazioni.

 

Un esempio: negli Usa i 9 milioni di vacche da latte presenti oggi fanno tanto latte quanto ne facevano i 23 milioni di vacche da latte presenti nel 1946. E la crescita nelle produzioni medie procede sempre più veloce, mostra un andamento esponenziale, e ci sono ricercatori che arrivano a tracciare ipotesi di produzioni medie per capo di 250 quintali nel 2067.

 

Tutto questo si porta dietro una accelerazione metabolica e una quantità di calore prodotto dalla vacca che cresce in parallelo alla produzione di latte, raggiungendo valori elevatissimi e in continuo aumento.

 

Come avere in stalla centinaia di stufe alla massima attività.

 

Aggiungiamoci la risaputa scarsa capacità della vacca da latte a disperdere il calore prodotto con le fisiologiche vie di dispersione (rispetto all’uomo la sua capacità di dissipare calore attraverso la pelle è dieci volte inferiore) e si capisce come il problema sia un serio ostacolo ad ogni progetto di redditizia produzione di latte.

 

E si capisce anche perché stalle anche solo di venti anni fa, se non pensate con lungimiranza, possano non essere più adatte oggi, o perché certi spazi comuni obbligati dove le bovine si saldano a vicenda (ad esempio le sale di attesa per la mungitura, o aree sovraffollate) diventino un problema crescente, o, ancora, perché certi “scatoloni” di cemento con dentro le vacche siano sempre più un non senso, salvo radicali misure di alleggerimento e apertura.

 

Si capisce anche perché gli investimenti per ridurre il problema caldo siano investimenti che si ripagano presto. A patto, ovviamente, che siano studiati e realizzati a partire dalle specifiche caratteristiche della stalla, della zona, del clima.

 

Un sistema di raffrescamento è come un vestito sartoriale, cucito su misura: questo va ricordato sempre quando si affronta questo tema e questo investimento. Il fatto che non in tutte le stalle il caldo fa lo stesso danno significa (anche) che non tutti i sistemi installati lavorano allo stesso modo.

 

 

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