L’allevamento da latte? Un allevamento da carne che non sa di esserlo

 

L’allevamento da latte per management, complessità, strutture e tecnologie necessarie è ai vertici della sfida per chi alleva e vuole fare reddito.

 

Ma, proprio perché alla fine è solo una questione di reddito ciò che fa la differenza tra chiudere e no, il ragionamento va spinto in ogni sua dimensione. Come la pasta del pizzaiolo che, spianata dalla pallottola iniziale, va a coprire ogni spazio se si vuole avere una pizza come si deve.

 

Di spazi per fare reddito l’allevamento da latte nel corso dei decenni un po’ ne ha persi.

 

Sempre di più la specializzazione continua ha portato a focalizzare solo sul latte ciò che può portare soldi in azienda.

 

Al punto che la produzione di carne, sia essa da intendersi come vendita di animali da vita ma soprattutto come vendita di animali per l’ingrasso o di vacche a fine carriera in grado di avere ancora un significato economico come produttrici di carne, è diventata una piccolissima nicchia.

 

Il vitello maschio, nella quasi totalità dei casi, è diventato un vero e proprio debito, con quotazioni infime e un significato economico per l’azienda da latte assolutamente evanescente.

 

Questo stato di cose, ovviamente, ha messo l’azienda da latte nella condizione di dipendere per la quasi totalità delle sue entrate dal prezzo del latte, elemento su cui il singolo imprenditore ha lo stesso controllo che esercita sulle piogge in Australia o sulle decisioni di maggiori o minori importazioni di latte in polvere della Cina: praticamente zero.

 

Ecco allora che possiamo tornare alla carne.

 

Per forza di cose un allevamento da latte produce latte, ma prima ancora vitelli.

 

Senza questi non c’è quello.

 

E sui vitelli, specialmente ora che il settore della carne ha ripreso a tirare, che la richiesta di capi nati e allevati in Italia cresce, si può giocare una partita diversa e più redditizia, abbandonando la strategia del vitello frisone come sottoprodotto a zero valore per passare a scelte di respiro gestionale ed economico più ampio.

 

Proprio perché, per fare latte, ogni vacca sforna un vitello, è facile immaginare – ad esempio con accordi tra aziende vicine per gestire “pacchetti” di ristalli da ingrasso sufficientemente numerosi e regolari – come una stalla da latte possa (debba) tornare a essere una stalla anche da carne, almeno di primo livello.

 

Grazie al sessato basta metà della mandria per farsi la rimonta, anche meno, tutto il resto è materia prima da sfruttare, non subire: incrocio da carne, ma anche embryo transfer per produrre soggetti in purezza di razze da carne, fattrici dalle quali poi, eventualmente, ricavare embrioni da vendere.

 

E, attenzione. Qui le mode hanno un certo peso e ci sono razze che diventano un must e raggiungono prezzi impensabili.

 

Prezzi altissimi che, paradossalmente, spingono ancora di più la domanda. Un trend che si può assecondare con ET mirati, senza rivoluzionare niente, semplicemente sfruttando al meglio il parco frisone di “seconda fascia”.

 

Insomma, c’è uno spazio da conquistarsi con un valore economico importante sul quale – a differenza del prezzo del latte – le scelte del singolo imprenditore possono fare la differenza.

 

 

2 bella teste incrocio