Un modo di fare (ottimo) fieno in montagna

 

 

Nessuno inventa niente, sia chiaro. Si tratta solo di capire cosa è meglio in determinate condizioni e, se possibile, realizzarlo.

 

E quando si tratta di fieno e fienagione non c’è stagione come questa che metta a dura prova i nervi e il sangue freddo di chi deve sfasciare e lasciare in campo a essiccare, con piogge sempre pronte a minacciare.

 

Torniamo a noi. A quello che hanno fatto un paio di ragazzi che, freschi di laurea, hanno pensato bene di mettere in pratica tante nozioni imparate in aula.

 

E il terreno della verifica non è certo stato dei più favorevoli, avendo essi scelto di cimentarsi con la zootecnica più dura, impegnativa e parca di soddisfazioni economiche: l’allevamento di montagna.

 

Storia lunga e affascinante, che mescola idealità e tantissimo buon senso.

 

E arriviamo alla questione di grande attualità: la questione del fieno.

 

Una questione che può valere per tantissime (in primis le aree collinari e montane) nelle quali il fattore “F”, ossia fieno, è – e sarà sempre più – una questione fondamentale.

 

Per qualità fatta e per quantità, le due cose devono andare insieme per forza.

 

Veniamo al punto.

 

La zona è di montagna, con prati ad un’altezza compresa tra 800 e 1400 metri.

 

In campo, dopo il taglio, l’erba ci rimane assai poco: una dozzina di ore, non di più, per avere un primo appassimento.

 

Quindi viene caricata e portata all’essiccatoio.

 

Essiccatoio che è del tipo a camere con ammassamento sfuso del foraggio, con carroponte superiore per carico e scarico. Una struttura che si può vedere nelle zone alpine austriache e svizzere, ma che non sfigurerebbe certo anche in tante parti collinari e montane appenniniche.

 

Con la pinza montata sul carroponte l’erba pre-appsassita viene ammassata nell’essiccatoio, curando la sua buona distribuzione su tutta la superficie.

 

Un ventilatore radiale aspira aria da un’apposita intercapedine nel sottotetto e la spinge alla base dell’essiccatoio. Dalla base, attraverso una griglia, l’aria (che nel passaggio sotto il tetto ha perso umidità e si è in parte riscaldata) è spinta attraverso la massa di foraggio e fuoriesce da sopra.

 

L’aria che sale dal basso estrae ovviamente umidità alla massa che incontra. Via via che la parte più in profondità si asciuga non è più in grado di cedere ulteriore umidità e diventa un semplice supporto poroso per la nuova massa di foraggio depositato sopra di essa, che viene quindi depositata man mano.

 

Il funzionamento del circolo d’aria è regolato da sensori. Ce n’è uno all’ingresso dell’aria nell’intercapedine, che misura temperatura e umidità dell’aria in ingresso.

 

Altri sensori sono posizionati appena al di sopra della massa più fresca e, registrando l’umidità dell’aria in uscita dalla massa, determinano se il ventilatore debba ancora funzionare e quanto.

 

Ci sono tanti vantaggi da un sistema di questo tipo, secondo l’esperienza dei protagonisti.

 

La qualità del fieno è eccellente: verde, foglioso, senza polveri e muffe.

 

Anche perché il taglio è fatto assai precocemente, con meno massa, ma erba di grande valore nutritivo.

 

In seguito, l’erba tagliata, restando in campo per pochissime ore, non subisce i due eventi della fienagione così nefasti per le proprietà nutritive del foraggio: respirazione e fermentazione.

 

Nell’essiccatoio, poi, la perdita di umidità avviene per getto d’aria importante, ma a temperature relativamente basse. Risultato: un fieno che al 90% ha mantenuto le proprietà dell’erba originaria.

 

Riassumendo: un sistema che permette di fare fieno eccellente, di ottima qualità e, a pensarci bene, anche quantità: perché non è portando alla mangiatoia grandi masse di fieno fibroso e poco digeribile (perché raccolto tardi o perché danneggiato durante le operazioni di fienagione) che si fa la quantità che serve alla bovina.

 

1 bella interno stalla