Si beve sempre meno latte. Promozione o innovazione?

 

Quando si parla di consumo di latte c’è un dato che non va trascurato: il trend è in calo e le statistiche e le rilevazioni di mercato lo confermano volta dopo volta.

 

Certo, sarebbe meglio se si consumasse latte a fiumi, boccali di latte come fosse birra all’Oktoberfest, ma non è così: si beve meno latte, questo è un punto fermo.

 

Certo, si consuma più formaggio, e questo è sicuramente un risvolto positivo della medaglia, ma restiamo sul bere.

 

Interessante a questo riguardo è vedere come vanno le cose negli Usa.

 

Ebbene? Peggio che andare di notte.

 

Gli americani, bevono oggi quasi il 40% di latte in meno di quanto facessero nel 1970.

 

Dunque, se al centro dell’Impero questo è l’andazzo, non possiamo certo pensare che vada diversamente in una provincia marginale e periferica come la nostra.

 

Qui potete trovare un interessante articolo che ragiona sulla faccenda e introduce alcuni spunti interessanti .

 

Spicca un dettaglio significativo, che l’autrice del pezzo segnala: la risposta al declino nei consumi di latte non sta tanto nella promozione, quanto piuttosto nell’innovazione.

 

Al punto da scrivere che i soldi spesi per campagne generaliste di promozione del consumo di latte sarebbero stati utilizzati meglio per ricercare e definire prodotti innovativi.

 

Insomma, anche il latte da bere in quanto semplice latte potrebbe non bastare più: i consumi crescono se si riesce a definire uno spettro sempre più ampio di prodotti che hanno il latte come elemento base, ma si diversificano andando a soddisfare meglio le tante esigenze dei consumatori moderni (il cuore, la mente, le ossa, le proteine… ogni gruppo ha una sua preferenza).

 

Direi che questo è un punto chiave: il latte, inteso come semplice latte, ossia bevanda indifferenziata, ha sempre meno appeal: certo, è una bestemmia per chi – a ragione – dice e spiega che è un alimento meraviglioso e completo. Ma la sostanza non cambia.

 

Il consumatore monolitico non esiste più. Ci sono tanti consumatori diversi, tanti segmenti con proprie esigenze, voglie, mode.

 

Il saper coprire il numero maggiore di questi segmenti con latti “innovati” e “categorizzati “significa non perdere quote di mercato con il latte, perché l’offerta sullo scaffale è tale che quanto è contenuto nel latte (in termine di principi nutritivi) può essere recuperato anche altrove dal consumatore. Magari in bibite “sintetiche” che valgono poco in termini di contenuti, ma tanto in termini di comunicazione e targetizzazione dell’offerta.

 

Altrove c’è packaging vivace e moderno, sapori nuovi, promozione di ogni virtù salutistica, sottolineature sulla sostenibilità, confezionamenti calibrati, cura alla presentazione di aspetti critici come calorie, zuccheri, grassi, presenza sui media ben gestita.

 

È vero che questo è un ambito di cui si occupa primariamente l’industria, ma chi produce latte non può non considerarlo anche come proprio.

 

 

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