Ma quanto mangia la tua mandria?

 

Immaginate (o, magari, per qualcuno è stata un’esperienza reale, chissà, non per me che in materia, of course, parlo solo per sentito dire)… Immaginate, dicevo, due diverse situazioni. La prima, un’amante che esige solo di uscire in costosissimi ristoranti stellati. La seconda, un’amante di pari dotazione morfo-funzionale, che tuttavia si accontenti di cenare “da Cosimo o pizzaiolo”, dove in due ve la cavate con 20 euro, bibita, caffè e amaro inclusi.

 

Ebbene, è facile concludere che l’opzione B sia preferibile per chi non ha troppi soldi da buttare.

 

E veniamo a noi.

 

Sul tema della conversione alimentare della vacca da latte si comincia a ragionare e ricercare, ma a livello di stalla mi sembra che se ne parli poco e se ne discuta anche meno.

 

Eppure il tema è cruciale, per vari aspetti.

 

C’è la questione economica, ma c’è anche quella ambientale e di sostenibilità. Se per produrre un litro di latte la vacca A consuma 1 e quella B consuma 0,9 è chiaro che, moltiplicato per i numeri della mandria, per i giorni del mese, per i mesi dell’anno viene fuori un dato non da sottovalutare.

 

Per il costo di alimentazione, ma anche per il minore consumo di suolo, di acqua, di risorse, di liberazione di gas serra.

 

Peraltro, così come si promuovono macchine risparmiose nei consumi, lo stesso potrebbe essere un ottimo messaggio in chiave di marketing e di immagine per la produzione del latte, che non gode di tutta questa grande simpatia mediatica.

 

Dunque, il tema della conversione alimentare è cruciale e riguarda tutti.

 

Detto ciò, è interessante vedere come arrivarci.

 

Tra le vie c’è quella che è stata presentata in un recentissimo incontro svoltosi a Lisbona, dove il prof. Les Hansen della Minnesota University ha presentato un ponderoso studio nel quale sono state confrontate per anni due mandrie: una di Holstein in purezza e un’altra costituita da incroci (lo schema di cross a tre vie della mandria prevede: Holstein, Holstein Svedese e Montbéliarde).

 

Ci sarà tempo e spazio per altri spunti, per ora accontentiamoci (si fa per dire) di un dato importante che è emerso con evidenza: tra le Holstein in purezza e gli ibridi c’era una differenza (considerando i consumi e le produzioni dal 4° al 150° giorno di lattazione) nella ingestione di sostanza secca decisamente significativa.

 

Per quanto riguarda la prima lattazione, le vacche in purezza si sono mangiate 2948 kg di sostanza secca, contro i 2807 degli incroci.

 

Per le lattazioni successive (seconda e terza) le vacche in purezza hanno richiesto 3592 kg di sostanza secca, contro i 3360 degli incroci.

 

Già, e le produzioni? Perché sono capaci tutti – per stare all’incipit – di avere un’amante che si accontenti della pizzeria, ma se poi con quella da ristorante stellato le performance sono migliorissime, ovvio che il gioco non varrebbe la candela.

 

Invece no. Come mostrato dal prof. Hansen, è vero che la quantità totale di latte prodotta è stata minore per gli incroci, ma se si concentra l’analisi sul contenuto del latte (grasso, proteine) i quantitativi erano sovrapponibili.

 

E “costruiti” dalla vacca con meno alimento.

 

Fermiamoci, per ora.

 

Ovviamente, ognuno può pensarla come crede sugli incroci, ma non può – o non potrà – esimersi dalla questione della conversione alimentare come tema tecnico centrale con cui confrontarsi. Quindi ben vengano tutte le informazioni in materia per ragionarci su.

 

 

bella vacche pezzate rosse