Dieci distributori di latte crudo posson bastare? (E c’entra anche la carne di Kobe)

Cosa c’entrerà mai una storia di distributori di latte crudo con la carne di Kobe? A prima vista ben poco, ovvio.

La storia.

È cosa nota che la vicenda del latte crudo venduto in bottiglia con distributori self service è stata salutata come fonte di soddisfazioni economiche, inizialmente, ma presto sono cominciati problemi di non poco conto.

I timori sorti sul latte crudo nel consumatore, l’indicazione della bollitura, gli oneri quotidiani di lavoro a volte sottostimati, il calo delle vendite hanno spinto molti a rinunciare all’investimento fatto e a togliersi dall’attività, non senza oneri.

Quello che hanno fatto invece questi allevatori è stato l’inverso. Partiti con un distributore di latte in azienda, hanno via via accresciuto il numero delle stazioni di distribuzione – spesso ritirando a prezzo scontato quelle dismesse da chi abbandonava la partita – arrivando alle attuali dieci, distribuite in vari comuni limitrofi, nel raggio di una ventina di chilometri.

Ovviamente c’è un dipendente ad hoc che si occupa di questo settore, gestendo quotidianamente le incombenze legate alle varie stazioni di distribuzione di latte presenti sul territorio, al mattino e alla sera.

E, fin qui, tutto abbastanza normale.

Presto però al latte si sono aggiunti altri prodotti alimentari del territorio, messi anch’essi in distributori automatici, contenuti nella stessa capannina del latte.

Questo perché l’aumento delle referenze è un passaggio chiave per aumentare vendite e ricavi.

Chi arriva alla capannina del latte, già che c’è, potrebbe facilmente prendere altro, se lo trovasse in maniera accattivante. È la stessa logica del supermercato, in base alla quale si entra con una lista di dieci acquisti e si esce con il carrello che ne contiene il doppio.

E non è tutto. La rete dei distributori è diventata anche un importante network per convogliare i clienti in azienda verso acquisti più importanti, come pacchi famiglia di carne proveniente da animali allevati ad hoc in azienda.

Avendo dieci stazioni per la distribuzione del latte è chiaro che l’area coperta è molto ampia e la possibilità di agganciare potenziali clienti cresce in maniera esponenziale.

Anche in questo caso la capannina del latte diventa strumento per dare altro, in questo caso informazioni sulla possibilità di trovare nell’azienda qualcosa che potrebbe interessare, a chi già è un affezionato compratore del latte.

È il caso di pacchi famiglia di carne fresca, in date definite.

Ovviamente arrivato in azienda il cliente non deve restare deluso, e trovare la novità che faccia la differenza.

E, infatti, le cose sono state perfezionate, passando dalla semplice scottona di Frisona a carni di animali di razze pregiate (Kobe, Piemontese, Charolaise) di cui si stanno ottenendo fattrici in purezza con successive fecondazioni con tori di queste razze.

Tutto ciò a consentito di organizzare una agenda di macellazioni e lavorazione carni per clienti aziendali, dove la questione prezzo non è quella principale della trattativa.

Una vicenda indicativa dell’opportunità di andare oltre quello che c’è per passare a un livello superiore più appagante.

Anche perché la redditività di una iniziativa – questo vale in ogni campo – nasce soprattutto da chi arriva prima a proporre quello che ancora non c’è, o ce ne è molto poco, piuttosto che vendere ciò che vendono tutti.

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