Fontina di alpeggio, gomma da masticare e il rebus del giusto prezzo

 

Un articolo di alcuni giorni fa su Repubblica aveva un titolo ad effetto: “Se la Fontina d’alpeggio che costa 7 volte meno della gomma da masticare…”

 

E, a seguire una descrizione delle virtù della prima, la sua qualità, la fatica del produrla, i tempi lunghi, il freddo, il caldo, le luci, i colori, la poesia, la storia, la passione…

 

Ovviamente si sottolineava l’ingiustizia di un prezzo così basso, e ci mancherebbe.

 

Un argomentare che è una costante e di volta in volta prende come termine di paragone ora il caffè, ora qualche bevanda gassata, questa volta la gomma da masticare.

 

Ora, mi guardo bene dal dire che sia giusto che un formaggio come la Fontina di alpeggio sia pagato al kg meno di un chewingum, ci mancherebbe, ma vorrei spostare un po’ l’asse della discussione con qualche spunto, perché attorno a questi ragionamenti si gira, non di rado a vuoto, e non si considera la cosa globalmente, ma sovente solo da angolature rigide.

 

Una prima considerazione riguarda proprio il prezzo. Il prezzo che il consumatore paga.

 

Ebbene, quel prezzo è sempre più legato a quello che NON è formaggio (o anche latte).

 

Il prezzo, ossia quanto si definisce dall’incontro tra la richiesta del consumatore e quella del venditore (o, meglio, della filiera di cui il produttore è solo un anello, ma questa è un’altra storia), è la sintesi estrema di una qualità e di un gusto, certamente, ma anche di praticità di fruizione, di porzionatura, di confezionamento fatto in un certo modo, di storia raccontata e percepita, di capacità di soddisfacimento di un’esigenza (ad esempio nutrizionale) in qualunque momento questa si manifesti, di facilità di acquisto, di promozione, di marketing, di messaggio.

 

Ovviamente uno può decidere che di tutto questo non ne ha bisogno, perché produce il miglior formaggio del mondo.

 

Magari è proprio così, ma allora deve rassegnarsi ad avere un prezzo più basso della gomma da masticare, che avrà una composizione infima a livello nutrizionale, ma ricchissima di tutto il resto: reperibile ovunque, facile da utilizzare, porzionata e confezionata ad hoc, con messaggi di promozione che vanno dritti all’immaginario di un certo consumatore target.

 

Ovviamente c’è poi tutta un’altra questione, questa sì meritevole di compenso adeguato: riguarda il lavoro di prevenzione del degrado della montagna, la conservazione del territorio, del paesaggio, delle biodiversità, ciò che assicura una produzione di nicchia, specialmente in montagna.

 

Per ogni kg di formaggio dovrebbe esserci un compenso per pubblica utilità versato al produttore, che sommandosi al prezzo di mercato porterebbe l’entrata per il produttore a livelli soddisfacenti e remunerativi.

 

 

Ma questa è una questione del pubblico, stato o regione o provincia che sia, perché è un servizio pubblico quello che si svolge producendo formaggio e salvaguardando l’ambiente.

 

 

Anche su questo “secondo pilastro” va fatta la grande battaglia, che però stranamente langue.

 

 

Nel frattempo il chewingum continua a essere pagato più della Fontina di alpeggio.

 

 

formaggelle stagionatura