Il caseificio aziendale: meglio in proprio o unendosi con altri?

 

Non erano i quattro amici al bar cantati da Gino Paoli, e in verità non erano nemmeno quattro, perché erano sei. E, magari, non erano necessariamente amici, ma semplicemente colleghi di lavoro, ognuno con un allevamento, ognuno confinante, ognuno con la mezza intenzione di fare un proprio caseificio aziendale.

 

E, fin qui, niente di strano. L’ipotesi della caseificazione è variamente considerata in molte realtà, soppesata e valutata per recuperare valore dal latte che si produce.

 

Quello che è interessante di questa esperienza è che, su iniziativa di uno di loro che ha fatto poi opera di convincimento con gli altri, è stata abbandonata l’idea di andare ognuno per proprio conto, e si è fatto un caseificio comune e realizzando una struttura a cui destinare il latte prodotto dalle sei aziende.

 

Per l’ideatore di questa iniziativa, che è diventato anche il presidente della cooperativa, quella di farsi ognuno il proprio caseificio non è sempre l’idea migliore per un’azienda.

 

O, meglio: è sbagliato il concetto di avere tanti piccoli caseifici disseminati sul territorio, perché ognuno di essi si trova a dover affrontare da solo problemi di non poco conto, che richiedono capitale, lavoro, capacità, competenze.

 

Non solo: inevitabilmente – dice – si è condannati a piccoli volumi di prodotto da mettere sul mercato, riducendo, spesso azzerando, ogni possibilità di aggancio con la Distribuzione.

 

Un caseificio aziendale richiede capacità che non sempre l’allevatore singolarmente ha, spiega ancora: non tanto per la parte strettamente casearia (anche se la sfida non è così semplice), ma per quella successiva di marketing e di costruzione di una rete di clienti, di organizzazione di vendite e consegne.

 

O, se anche queste competenze le ha, tutto ciò richiede tempo e lavoro. Altro tempo e altro lavoro, inevitabilmente sottratti alla stalla o alla famiglia.

 

E tutto ciò, più o meno, sarebbe capitato se, nel caso all’origine, i vari allevatori avessero optato per andare ognuno in propri.

 

Invece la strada della messa in comune dell’idea e del suo sviluppo – racconta – ha portato ad avere grosso modo una quantità di latte giornaliera da lavorare sei volte superiore.

 

Ha permesso di avere un impegno finanziario inferiore, una persona che si occupa del caseificio, un approccio più professionale allo sviluppo della gamma di prodotti, al marketing, alla commercializzazione, al collegamento con la Distribuzione per prodotti di nicchia (su cui gli occhi della Distribuzione sono sempre attenti).

 

E, non da ultimo, ha comportato meno tempo sottratto al lavoro di stalla e più tempo libero da passare in famiglia.

 

Ora, è chiaro che non si può generalizzare e ogni situazione ha il suo perché.

 

Tuttavia questo non significa che a volte, certi investimenti notevoli (per capitale necessario e per impegno addizionale di lavoro) per una singola azienda potrebbero esserlo meno se fossero fatti in collaborazione tra più aziende vicine. E potrebbero anche dare risultati migliori.

 

È il caso di un caseificio aziendale, ma può valere anche per altro. Ci sono situazioni in cui l’unione, come dice il proverbio, fa realmente la forza (o, almeno, riduce la debolezza) e non servono necessariamente grandi numeri per avere vantaggi in termini di costi, servizi, prodotti.

 

L’individualismo esasperato raramente è la soluzione economicamente più vantaggiosa ed è anche quella che costringe a lavorare di più.

 

 

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