Latte fresco porta a porta: tutt’altro che una passeggiata

Vendere il latte fresco pastorizzato e omogeneizzato porta a porta?

Un’ipotesi che qua e là, molto pochi in verità, qualcuno sta provando a mettere in pratica, non senza ostacoli.

Tra coloro che si sono cimentati da poco in questa impresa c’è un’azienda che ho visitato nel bresciano non molto tempo fa. Tutto secondo copione: creazione di un locale idoneo e autorizzato, impianto di pastorizzazione e confezionamento, furgone per le consegne, bel marchio accattivante stile America anni ’50, organizzazione degli ordini, giro consegne…

Facile non è, ovviamente, ma erano difficoltà prevedibili e previste.

La sorpresa è stata la guerra sui prezzi che è stata mossa da chi forniva in precedenza i bar e locali a cui il “nuovo” latte a km zero veniva proposto.

È stata una sorpresa, perché, visto i volumi coinvolti era come Davide contro Golia.

Questo è sicuramente un punto da tenere presente: non sottovalutare la possibilità che l’iniziativa venga contrastata con politiche di prezzo molto aggressive.

Per questo, credo, bisogna lavorare anche su altro, rinforzando quei punti che il fornitore di grandi dimensioni è più in difficoltà a garantire.

Ad esempio?

Per cominciare il legame con il territorio, inteso soprattutto come comunità di persone con cui l’azienda (e chi la conduce) vive ed è a contatto ogni giorno. Come si raccomandava di non accettare caramelle dagli sconosciuti, così, invertendo il paradigma, si può sottolineare che il latte è meglio prenderlo da chi si conosce e lo si incontro ogni giorno.

Bisogna fare un marketing locale scientifico, organizzando visite in azienda per le scuole, momenti di degustazione, spiegazioni sul ciclo di produzione del latte, collaborazioni con le varie iniziative che possono esserci nella zona.

Si deve creare un legame solido tra la gente, il paese e il suo latte.

L’azienda va curata anche esteticamente, perché è il primo biglietto da visita e l’impressione e l’emozione che saprà creare saranno inevitabilmente associate al latte per cui si vuole – e si deve – creare un mercato locale. Quasi obbligatoria un’area immediatamente visibile con qualche animale al pascolo.

Naturalmente bisogna lavorare attivamente sui social per dare in tempo reale il film della vita della stalla, puntando su informazioni legate a benessere, qualità dell’alimentazione, “storie” di questa o quella mucca (obbligatorio chiamarle così), il bel vitellino e così via.

Le stesse etichette possono essere un veicolo di informazioni per il potenziale cliente, per comunicare continuamente il concetto che questo non è un latte di chissà dove, ma quello che si produce a due passi da casa, in una stalla di cui può conoscere tutto, compreso i nomi delle “mucche” presenti.

Vi ricordate il latte della Lola?

Certo, serve anche altro.

Ad esempio scegliere un gruppo di animali per il latte da destinare alla vendita porta a porta, scegliendo razze (e selezionando) per avere un latte dal gusto migliore. Lo stesso sforzo può essere fatto con la leva alimentare, magari considerando  un arricchimento, ad esempio con omega 3, per dare ancora più valore al latte. E, naturalmente, bisogna comunicarlo efficacemente.

Bisogna ovviamente avere una sanità di stalla eccellente, dimostrabile con dati facili da recepire (ad esempio il basso consumo di farmaci) perché anche questo diventa un potente strumento di marketing locale.

Bisogna infine avere già in mente una possibile via di ampliamento della produzione, aggiungendo altri prodotti, ad esempio bevande aromatizzate o yogurt, che permettano di coprire segmenti più ampi.

Che questa avventura  sia facile non è da pensarlo minimamente. I costi per iniziare non sono pochi e le incertezze tante.

 

 

 

 

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