Come ritagliarsi la tredicesima in azienda

 

In più occasioni si è trattato di manze e di come il loro numero in allevamento possa essere eccessivo rispetto alle necessità concrete. Tutto questo può diventare un freno alla possibilità di fare reddito, perché l’equilibrio della mandria si sposta e il peso della rimonta diventa eccessivo, con ciò che ne deriva in termini di rallentamento gestionale, necessità di manodopera, costi alimentari, necessità di strutture, terreno, carico di peso vivo per ettaro e via dicendo.

 

Le possibilità che offre il seme sessato sono una grande opportunità per aggiustare questa situazione, riducendo il numero di femmine che si producono alla necessità della stalla (o ai suoi obiettivi eventuali di crescita), destinando il solo segmento geneticamente migliore alla produzione di rimonta, destinando e il resto alla produzione di soggetti per l’ingrasso.

 

Se solo si considera il valore del vitello Holstein rispetto al vitello derivante da un incrocio tra Holstein e un soggetto da carne, è chiaro che c’è una fetta di reddito che ora sfugge ma che può essere afferrata.

 

Anche perché cresce la domanda di capi da ingrasso nati in Italia e la domanda potrebbe essere anche più sostenuta qualora si potesse – magari con accordi tra aziende vicine – mettere a disposizione degli ingrassatori lotti costanti per numero e caratteristiche.

 

 

A questo riguardo, per rinforzare il concetto con la forza dei numeri, segnalo un passaggio interessante è stato quello proposto durante il recente convegno: “30% di PR: missione impossibile?” a cui ho partecipato come moderatore.

 

Da uno dei relatori, il dr. Marco Laurenti (che ringrazio per la preziosa collaborazione, gli esempi e le cifre riportate qui), è stata mostrata l’ipotetica situazione di una stalla con 200 capi in lattazione e 200 manze, a vari stadi di età, un tasso di riforma del 30%, 110 vitelle prodotte all’anno. Le scelte riproduttive: seme convenzionale sul 93% delle pluripare, sul 100% delle primipare e sul 53% delle manze. Sul 7% delle pluripare seme da carne e sul 47% delle manze seme sessato.

 

L’investimento complessivo è stato calcolato in 17.868 euro tra costo del seme convenzionale, sessato e da carne.

 

Cosa succederebbe ai conti rimodulando le scelte di questa stalla, con meno manze e più carne?

 

Vediamo.

 

Su questa stalla il relatore propone un diverso rapporto tra vacche e manze, portando a 243 le prime e riducendo a 157 le seconde. Con un tasso di riforma stimato del 30% si considerano necessarie 83 vitelle per le necessità di rimonta. A livello riproduttivo viene consigliata una inseminazione delle pluripare al 28% con sessato e al 72% con seme da carne. Per la primipare il 53% di sessato e il 47% di seme da carne, per le manze il 92% di sessato e l’8% di convenzionale.

 

In questo caso l’investimento complessivo per l’acquisto del seme è calcolato in 18.680 euro.

 

Pagherebbe questo cambio di strategia?

 

Eccome, ha spiegato il relatore. Sommando tra loro i maggiori incassi per la vendita di carne e la riduzione dei costi di allevamento si arriverebbe a un aumento del fatturato più che soddisfacente. Praticamente come recuperare una generosa tredicesima.

 

 

Il senso è qui. Per chi però volesse approfondire cifre e dettagli, procediamo, sempre con l’ausilio di Marco Laurenti.

 

Vediamo i costi dell’esempio.

 

Ipotizziamo che la stalla abbia una situazione media: produzione di 102 qli/capo/anno a 41.31 €/qle, con 2.289 € di margine lordo/capo/anno.

 

Il suo fatturato latte annuo sarebbe:

 

200 x 102 x 41.31 € = 842.724 € (circa 70.227 €/mese).

 

Come sarebbero i conti nell’ipotesi di stalla rimodulata, con 243 vacche, 157 manze e la produzione di carne?

 

Sommando:

 

– vantaggio carne (maggiore fatturato – costi extra genetica): 25.814 €

 

– minori costi variabili manze (2,1 € capo/giorno x le 43 manze in meno che ho in stalla x 365 giorni ): 2,1 x 43 x 365= 32.959 €

 

– aumento margine lordo mandria: 43 x 2.289 = 98.427 €

 

totale: 157.200 € che equivalgono al 19% circa di 842.724 € (il fatturato annuo del latte).

 

Se invece mi limito a considerare solo la carne e i suoi vantaggi:

 

– vantaggio carne (maggiore fatturato – costi extra genetica): 25.814 €

 

– minori costi variabili manze (2,1 € capo/giorno): 43 x 2.1 x 265= 32.959 €

 

– totale: 60.000 € circa, cioè quasi un mese extra di latte (corrispondente a 70.000 €).

 

La famosa tredicesima eccola qua

 

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