Anticipare l’obbligo è l’unica strada per generare premialità

 

Il dibattito è annoso, come la grande questione zootecnica se sia nato prima l’uovo o la gallina, alla quale – spiace dirlo ma è così – le menti più fini del mondo accademico ancora non hanno trovato una risposta soddisfacente.

 

Ma anche la questione su chi debba pagare i costi del benessere animale non è di poco conto. Chi produce dice che farebbe volentieri tutto quello che gli viene chiesto (o imposto) a patto che qualcuno pagasse per questo.

 

Chi trasforma e chi vende, dal canto suo, sottolinea come garantire il benessere animale, ossia tradurlo in pratiche e strutture di stalla certificate ad hoc, è una condizione ormai inevitabile per vendere il prodotto. Il che, tradotto con ferocia, significa “o così o niente”.

 

Ecco allora che, per chi produce, il costo aggiuntivo va inglobato nei costi di produzione e la redditività dell’azienda – come un Gps che ricalcola la direzione dopo che abbiamo preso l’uscita sbagliata in tangenziale – va ricalcolata alla luce dei nuovi costi.

 

Dunque?

 

Dunque, la questione è: la premialità di una innovazione, di un cambiamento rispetto a un modo standard di produrre un bene scaturisce dall’incontro di due coordinate precise, come nella battaglia navale.

 

E cioè: 1) l’innovazione deve anticipare un’esigenza del consumatore, ossia un suo bisogno che non trova soddisfatto nell’offerta che ha di fronte e per il quale è disposto a una spesa aggiuntiva rispetto allo standard di riferimento. E, 2) l’innovazione proposta deve essere volontaria, deve essere un plus.

 

Insomma, bisogna arrivare per primi, nel gruppo di testa della corsa.

 

Perché, in genere, l’innovazione volontaria diventa poi, col tempo, un obbligo, sancito da norme e, inevitabilmente, un prerequisito, una conditio sine qua non, senza la quale non è più possibile porre sul mercato il prodotto.

 

Ovviamente, a questo punto, ogni premialità è disintegrata, sparita, svanita.

 

Guardiamo al passato e a tanti step successivi che si sono avuti riguardo alle caratteristiche che venivano chieste al latte e che ora sono semplicemente dei requisiti dati per scontati.

 

Lo stesso sta succedendo per il benessere animale certificato, avviato a divenire, in tempi brevi, un prerequisito. Un prerequisito non genera premialità. È come arrivare a una festa in ritardo: tutte le ragazze carine stano già ballando con chi è arrivato in anticipo.

 

Difficile pensare di rosicchiare chissà che beneficio economico dal benessere certificato in stalla, dunque. Però può dare un insegnamento importante: guardare al domani (e al dopodomani) per vedere in anticipo le nuove tendenze, i nuovi “credo” del consumatore, per attrezzarsi e saperli proporre in forma chiara, dimostrabile, certificata, in forma volontaria.

 

C’è, per fare qualche nome, tutto il capitolo del consumo di farmaci, delle emissioni in atmosfera di gas a effetto serra o acidificanti, di consumi di acqua, di utilizzo di alimenti non in competizione con la nutrizione umana.

 

Prima che diventino (e lo diventeranno sicuramente) un prerequisito. E allora addio premialità, resteranno solo obblighi e costi.