Chi sposa la Dop, ma non rinuncia all’amante del non Dop

 

Le Dop sono un gran bel salvagente e in tempi burrascosi, quando la scialuppa balla e le onde riempiono la barca di acqua un bel salvagente non è certo da disprezzare.

 

Tuttavia se su questa barca o barchetta, insieme a tanti piccolini ci sono un paio di soggetti grandi e grossi, difficilmente, quando il problema di stare a galla si fa serio, divideranno il salvagente. Piuttosto se lo terranno stretto per stare a galla.

 

Dopo tutto se il salvagente è di tutti, i piccolini possono protestare quanto vogliono, ma i colossi semplicemente non ascoltano e se lo tengono stretto.

 

Nella burrasca qualche piccolino affoga, i più in un modo o nell’altro se la cavano attaccandosi con la punta delle dita al salvagente, annaspando e bevendo, finche la burrasca è passata.

 

Il gran salvagente è la Dop. Ma la Dop di chi è?

 

Sicuramente non è dei produttori di latte. E, altro punto certo, l’interesse dell’industria non è sempre convergente con quello dei produttori. Chi fa Dop e non Dop decide di volta in volta dove è più conveniente orientare le sue scelte legittimamente, ma gli interessi possono in qualche occasione essere diametralmente opposti agli interessi dei produttori di latte.

 

Tanto più che, specie per l’export, la tentazione di fare un po’ di confusione e chiamare con nomi Dop quello che Dop non è (e non è quindi fatto con i vincoli Dop) c’è, eccome.

 

Che chi trasforma possa fare indistintamente Dop o non Dop è un nodo da sciogliere, perché è un vero e proprio peccato originale che mina la solidità delle Dop. È un buco nel salvagente. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma il sistema Dop è troppo delicato e strategico per la sopravvivenza della filiera, soprattutto per i tanti produttori, per lasciare zone grigie.

 

Chi trasforma per fare Dop dovrebbe fare solo quello e allora sì che ci sarebbe comunanza di intenti e di azione tra produttori e trasformatori, meno diffidenze, più collaborazione.

 

Soprattutto si farebbe chiarezza su certe autobotti di latte: se una cisterna di latte estero arriva in uno stabilimento che fa solo Dop è chiaro che è fuori posto, non c’è molto da dire. Se arriva invece in uno stabilimento che fa Dop, ma anche non Dop, è tutto da dimostrare dove vada a finire quel latte (invece ci si limita, un po’ sgangheratamente, ad accusare senza prove che gli industriali facciano Dop con latte estero, alimentando nel consumatore il dubbio che una Dop sia alla fin fine solo un bluff, quando invece è l’unico salvagente possibile).

 

Oppure il caseificio rinuncia alla Dop, fa altro e costruisce dei marchi e delle filiere proprie. Ci sono esempi importanti in proposito. L’industria italiana ha dimostrato nel tempo di saperlo fare bene, ha capacità, competenza, idee, marketing. Non per niente è oggetto di conquista.

 

Finché questo nodo non si scioglie non cambierà nulla.

 

Non si può sposare la Dop e poi tenersi l’amante del non Dop, perché il dubbio che – in base alle circostanze – si sorrida all’una mentre si tiene la mano della seconda è difficile toglierselo dalla mente.

 

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