Il silomais come certi calciatori a fine carriera: è arrivata l’ora di appendere le scarpette al chiodo?

 

è presto per dirlo, ma già c’è chi lo dice che il caldo sarà una compagnia in questo 2019 appena cominciato. E se la musica è quella che si sente in questi giorni al nord, con una primavera già sbocciata, poca neve sulle montagne e pochissima pioggia da settimane e settimane, tutto lascia credere che l’abbinata caldo e acqua (poca) sarà un problema dici occuparsi.

 

Del resto c’è poco da filosofare: un’epoca climatica è alle spalle e siamo ormai dentro quella nuova.

 

Nuova, e tutt’altro che facile.

 

Si deve ragionare lasciandosi alle spalle stagioni foraggere gloriose e pensare a come gestire il nuovo futuro foraggero, in partite contraddistinte da siccità prolungate in ogni stagione, caldo intenso senza preavviso, bruschi sbalzi climatici con folgore e tempesta al seguito.

 

 

In questo scenario da brivido (non di freddo, ovviamente) la domanda è: ha ancora posto il silomais come colonna portante dell’ordinamento foraggero della stalla da latte?

 

 

Dalla nascita alla raccolta la stagione di coltivazione del mais è quella più sfidante in termini di problemi per la pianta.

 

 

E, si sa, ad ogni stress che subisce, la pianta di mais reagisce e il risultato è un peggioramento delle caratteristiche finali in termini di qualità e sanità: meno amido, ma soprattutto fibra poco digeribile, campo libero alle aggressioni parassitarie, muffe, tossine… Quantità, forse, ma qualità ancora più in forse.

 

 

Senza contare i costi, anzi, contandoli per forza, perché sono un onere non da poco.

 

 

Insomma, coltivare il mais non è una cosa per gente debole e, forse, nemmeno per gente che fa davvero i conti con l’economia e la meteorologia e i loro intrecci poco gradevoli.

 

 

Siamo solo all’inizio della stagione, ma l’impressione è che si ingrossi la schiera di coloro convinti che il silomais sia un campione che debba considerare la possibilità di appendere le scarpette al chiodo.

 

 

Ha tante stagioni gloriose alle spalle, ma ormai il mais non ha più fiato per fare tutta la partita in queste stagioni nel ruolo di silomais. Magari, proprio come certo campioni a fine carriera, limitandosi a ciò che sa fare meglio.

 

 

E potrebbe dare il meglio di sé come pastone, dando campo (letteralmente) ad altri campioni (erbai primaverili e sorgo in primis) che corrono di più e meglio nel clima infuocato dei campionati foraggieri che ci attendono.

 

mais in crescita

 

 

Un pensiero riguardo “Il silomais come certi calciatori a fine carriera: è arrivata l’ora di appendere le scarpette al chiodo?

  1. Interessante. Come mai quando si parla di IBRIDO nelle vacche sembra di bestemmiare? La miglior resistenza ai vari fattori di stress è dunque prerogativa solo del mondo vegetale?

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