L’immagine della stalla? Una questione di sostanza

Quando si parla di foraggi, di cuccette, di gruppi, di mungitura, di interparto e via discorrendo tutti sono d’accordo sull’importanza dell’argomento. E, infatti, è così. Una stalla da latte è un meccanismo incredibilmente complesso costituito da una moltitudine di fattori da armonizzare e fare funzionare al meglio che non si finisce mai, letteralmente, di conoscere e migliorarsi.

E, fin qui, siamo nell’ovvio.

Quando però si parla di immagine – e, nello specifico, di immagine della stalla e della produzione zootecnica in generale – diventa più difficile trovare uditori attenti ed è più facile invece registrare l’impressione che la cosa non sia considerata troppo importante.

Del resto basta dare un’occhiata in certe stalle e si capisce subito che, a differenza di altre realtà produttive con analogo investimento di capitale, poco o nulla si fa per lavorare sulla bontà della prima impressione che un visitatore (un visitatore che non sa nulla di allevamento, come il 99% dei consumatori oggi)  riceve.

A mio avviso, sbagliando. Per varie ragioni che provo a elencare.

Viviamo in tempi di social, di comunicazione fatta più con le immagini che con le parole. E, soprattutto, sono tempi nei quali le emozioni, positive o negative, viaggiano velocissime, si formano e si rinforzano, soprattutto con le immagini.

Dall’altro canto il mondo delle produzioni animali, e dell’allevamento da latte in particolare, è messo sotto accusa pesantemente, per tutta una serie di ragioni che poco hanno a che fare con la realtà concreta dei fatti, ma molto di più, quasi totalmente, con emozioni, suggestioni, sensazioni che sono sostenute da immagini colte in allevamenti reali.

Basta un caso particolare, una situazione al limite fotografata, filmata, ingigantita e tutti finiscono sotto processo, per l’ennesima volta.

Per questo tutto il settore deve fare uno sforzo per costruire e migliorare la sua immagine.

Deve farlo in generale, ovviamente, lavorando sulla comunicazione e sulla sottolineatura di quanto importante sia la sua presenza sul territorio.

Ma il lavoro deve essere fatto anche a livello di singola azienda, andando a ridurre (meglio eliminare) certi aspetti negativi che così efficacemente sono utilizzati da coloro che attaccano l’allevamento, ma che, nel medio e lungo periodo, possono diventare una palla al piede anche per la valorizzazione di quel che si deve vendere.

Cito in ordine sparso.

Presenza di deiezioni nella stalla in quantità, con vacche sporche e magari coricate in esse. Ci sono queste situazioni, inutile negarlo.

Nuvole di mosche ovunque. È vero che sono un problema di difficile soluzione, ma esistono efficaci possibilità e prodotti per contenere il fenomeno a livelli sopportabili. Mai sottovalutare l’efficacia (negativa) di un primo piano prolungato di una bovina avvolta dalle mosche, con qualche vocina vegana accorata che commenta la sua triste condizione.

Vacche a terra, vacche zoppe, vacche che si muovono a fatica nella stalla: queste immagini valgono oro per chi riesce a catturarle e proporle, l’ennesima “prova” che non sono allevamenti, ma “prigioni” e centri di sofferenza.

Siringhe usate, scatole di prodotti veterinari, confezioni varie di prodotti chimici per la campagna. Anche in questo caso mai sottovalutare l’impatto di un primo piano della confezione “misteriosa” e la facilità con cui questa immagine può essere associata a chissà quali pratiche turpi e prodotti strani in stalla.

E, ancora, vale al pena sottolineare come il disordine generale induca una cattiva impressione, perché dove c’è disordine di cose c’è disordine di azione o, quantomeno, questo potrà essere facilmente raccontato da chi – ricordiamolo – ha l’obiettivo di dimostrare una tesi precostituita (e non amica).

Sempre a questo proposito, mai abbastanza si sottolineerà l’importanza di un piccolo prato-paddock dove tenere degli animali liberi, ad esempio le asciutte. Al di là di ogni altra considerazione funzionale, avere delle vacche libere che pascolano all’esterno della stalla ha una forza comunicativa positiva enorme, perché smonta alla base molti dei presupposti di chi attacca l’allevamento.

Si potrebbe continuare, ma il concetto è chiaro già così, credo. Non basta più allevare bene, bisogna anche farlo in aziende che si presentino bene, che ispirino già al primo ingresso (fiori, verde, ordine, pulizia, spazi con animali liberi) il messaggio che si vuole dare (perché chi fa comunica, che lo sappia o no, e un messaggio lo invia, che lo sappia o no): che qui si producono alimenti, si allevano animali assicurando loro le migliori condizioni di benessere possibili, si ama la terra che si coltiva.

Questo vale per tutti, ma ancora di più per filiere particolari, per quelle nicchie con produzioni di eccellenza che vanno alla conquista dei mercati di tutto il mondo. In questo caso è assolutamente indispensabile, perché l’immagine di chi fa il latte è una vera e propria materia prima, al pari di tutte le altre.

La costruzione di un’immagine positiva per un settore produttivo è lunga e difficile, figuriamoci per un settore come quello dell’allevamento che non solo è sotto attacco, ma questo lavoro deve iniziarlo da zero o quasi.