Produrre latte antibiotic free?


Premesso che si tratta di un terreno scivoloso, quello dell’antibiotic free è un tema a cui non si può sfuggire.

Basta guardare quello che avviene nel settore avicolo, da sempre precursore di tendenze, o dai posizionamenti della grande distribuzione e delle catene del food.

Il senza antibiotico è un requisito che, prima o poi, in una misura o nell’altra, calerà anche sulle stalle da latte.

Da qui la questione seguente: come fare?

Un inizio di risposta la recupero dall’esperienza in corso in questa azienda di 400 capi in lattazione che sta facendo passi avanti verso l’obiettivo del latte “antibiotic free”.

È evidente che la questione abbia un nesso con l’asciutta differenziata, e questo significa che lavorare per la prima porta in dote anche passi avanti notevoli per il secondo obiettivo.

Una specie di paghi uno e prendi due.

Vediamo qualche dettaglio.

Quil la media annuale della conta cellulare nel latte è di 140mila, e già questo depone per una incidenza minima di mastiti e di altre infezioni con necessità di trattamenti antibiotici.

L’ipotesi è quella di avviare a un gruppo di mungitura a parte le vacche che per varie ragioni hanno avuto dei trattamenti antibiotici durante la lattazione. Questo latte avrebbe una collocazione a parte (ovviamente con un doppio tank e mungitura alla fine del gruppo “trattato”), mentre il rimanente sarebbe derivato da sole vacche per le quali non è stato fatto alcun trattamento antibiotico nella lattazione, messa in asciutta compresa. Chiaramente laddove ci siano robot di mungitura e un doppio tank la cosa è ancora più semplice, basta inserire le vacche interessate dal trattamento e separare il loro latte.

Tornando alla stalla in questione, siamo a buon punto perché già ora l’antibiotico in asciutta è utilizzato solo per un limitato numero di animali, circa il 25% della mandria, un centinaio su 400.

Ecco come ci si comporta: sotto le 200mila cellule durante la lattazione si utilizza il solo sigillante; laddove si sono registrati problemi limitati in termini di innalzamento delle cellule nel latte si fa uso di oli ozonizzati e sigillante. Infine, nei casi si siano avute mastiti cliniche o comunque un innalzamento della conta leucocitaria significativo si fa il trattamento antibiotico seguito dal sigillante.

Va detto, tuttavia, che molto si è lavorato e si lavora a monte: selezione continua per vacche resistenti alle malattie; pulizia degli ambienti; routine di mungitura precisa; minimi stress per gli animali tutto l’anno, controllo microclimatico eccellente, con ampio investimento in proposito per ridurre a zero o quasi i problemi del caldo, eccellenza dell’alimentazione, riduzione al minimo possibile dei problemi post parto, massima sanità delle vitelle fin dai primissimi giorni, colostratura a regola d’arte e via discorrendo.

Perché è chiaro, ma giova sottolinearlo, l’obiettivo dell’antibiotic free può essere messo nel mirino solo se a monte tutto gira come si deve.

Sarebbe illusorio pensare che sia solo questione di lavoro alla messa in asciutta.

È un sentiero stretto, difficile, a cui può pensare solo chi è già in possesso di gamba allenata e attrezzatura adeguata.

Poi c’è un’altra questione, tutt’altro che secondaria: proporre un alimento antibiotic free significa, inevitabilmente, creare il sospetto che in quello non antibiotic free ci siano antibiotici.

Il che non è assolutamente vero, ma così viene percepito da chi compra, al punto da far scivolare ciò che non è antibiotic free nella serie B degli alimenti, con quel che ne consegue per chi lo produce, per le possibilità di collocazione e per i prezzi ottenuti.

Non è giusto, ma è così.

Un motivo in più per ragionare su come si possa essere tra coloro che arriveranno per primi e quali misure adottare per riuscirci.