Fieno? Indispensabile, ma sempre più difficile (da fare bene)

 

Sicuramente un tema che si sta imponendo all’ordine del giorno in materia di nutrizione delle specie zootecniche allevate è quello della disponibilità di alimenti, senza entrare in competizione con le necessità dell’uomo, previste in crescita importante nei prossimi anni.

 

Un tema che si intreccia con altri e porta a un punto di sintesi comune: serve più fieno.

 

Serve più fieno perché è un alimento che utilizzano solo gli erbivori e i ruminanti in particolare, perché è un punto qualificante di protocolli di produzioni ancorati al territorio e rispettosi dell’ambiente.

 

Seve più fieno perché i ruminanti devono ruminare e un ruminante che rumina tanto e bene è in genere un ruminante in buona salute che avrà bisogno di meno farmaci nella sua carriera produttiva.

 

Serve più fieno, dunque, ma in una situazione dove la disponibilità di terreni da dedicarvici non aumenterà.

 

Ecco allora che l’imperativo dei prossimi anni sarà sempre più quello di avere la massima qualità e la massima quantità in termini di fieno prodotto.

 

E non sarà facile, perché l’andamento climatico è sempre stato un punto interrogativo su quantità e qualità del fieno prodotto. Lo è stato in passato, figuriamoci con le stagioni attuali, dove ci si può aspettare periodi di siccità prolungata e calore fuori norma, ma anche piogge prolungate di tipo tropicale. Ogni riferimento ai giorni appena trascorsi è superfluo.

 

Tutti fattori che rendono le finestre di taglio ed essiccazione in campo critiche, ma anche – e soprattutto – che possono condurre a una drastica riduzione della quantità prodotta. Lo si è visto nell’estate appena trascorsa che con calore e siccità da record ha fatto letteralmente sparire alcuni tagli.

 

Al di là di ogni considerazione sul miglioramento agronomico delle specie foraggere presenti, che è sacrosanto, sull’utilità di miscugli che allarghino le finestre di taglio e riducano i rischi di fasi climatiche anomale, la via dell’essiccazione artificiale diventa una strada quasi obbligata.

 

Si riducono i tempi di taglio e raccolta, creando finestre di opportunità che altrimenti non ci sarebbero; si possono anticipare i tagli, recuperando un prodotto più digeribile e ricco; si possono recuperare le produzioni di fine estate-inizio autunno, quando le piogge rimettono in pista prati stremati dalla sete appena patita, tagli che non potrebbero essere affienati naturalmente. E si possono affrontare con meno affanno primavere anomale per piogge prolungate.

 

Insomma, è uno dei casi in cui quantità e qualità viaggiano nella stessa direzione.

 

Certo un essiccatoio è un investimento importante e ha dei costi di funzionamento non banali, ma ci sono soluzioni a bassi consumi che vale la pena di investigare. Magari con temperature dell’aria di essiccazione non troppo alta, per avere un prodotto finale che perda pochissimo del suo valore nutritivo.

 

La questione però è chiara: serve fieno, serve fieno di qualità, serve (laddove si lavora in ambiti di Dop importanti) fieno locale. Su come arrivarci si può ragionare, sulla necessità di arrivarci non ci sono dubbi.

 

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