Chi fa Parmigiano Reggiano (o Grana Padano) deve essere il primo della classe

Quando un prodotto diventa di più di un semplice prodotto, chi lo compra compra qualcosa di più di quel prodotto. Compra anche una storia, un ricordo, un’emozione.

 

Vale per tutto ciò che è entrato in questa nicchia ristretta, quei super brand che sempre di più sono quello che si vede e anche quello che non si vede.

 

E, ovviamente, si paga caro sia l’uno che l’altro, soprattutto quando si tratta di esportazione e di esportazione su mercati dove il prezzo è una questione importante, ma non la più importante.

 

Questo vale anche per certi alimenti, sia pure un gruppo estremamente ristretto ed esclusivo. Quel che conta è che, in questo gruppo di élite, ci sono a pieno titolo anche il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano.

 

Ci sono però dei doveri, oltre che dei diritti, derivanti dall’essere un prodotto di nicchia (a livello mondiale siamo una nicchia), per mantenere e far crescere i vantaggi che questi “super” Dop generano ai suoi produttori. C’è il dovere di essere irreprensibili sul versante della qualità, della sicurezza, del rispetto di quelle istanze giudicate ormai imprescindibili a livello globale (o, meglio, nella globalità dei mercati ricchi che hanno soldi da spendere in questo senso) come la sostenibilità, il rispetto del benessere animale, il ridotto uso di farmaci.

 

Sono doveri che coinvolgono tutti, non semplicemente come entità generica collettiva, ma singolarmente, uno a uno, perché una smagliatura in questa rete farebbe presto a diventare uno strappo dannoso per tutti, nell’epoca della comunicazione globale in tempo reale e con nemici dell’allevamento assai agguerriti e capaci di amplificare a dismisura ogni distorsione.

 

Rimanere nel meccanismo del Parmigiano Reggiano (o del Grana Padano) non consente alternative che essere i primi della classe, o, quantomeno, tendere a esserlo con azioni concrete e programmi precisi: per benessere animale, per uso limitato dei farmaci, per sostenibilità, armonia con l’ambiente, ridotte emissioni di CO2.

 

Meglio se opportunamente certificato, con numeri e tempistiche, oltre che detto a voce.

 

Dopotutto nessuno è obbligato a produrre Parmigiano Reggiano o Grana Padano, ma il punto di arrivo a cui ci si avvicina rapidamente è che, se lo fa, sarà obbligato dalle circostanze a farlo solo in un certo modo, pena rotolare fuori da questo circuito.

 

E poi non è vero che non si è obbligati a fare questi formaggi Dop. C’è l’obbligo economico derivante dal fatto che sono l’unica difesa a un mercato mondiale dove latte e derivati indifferenziati pagano poco.

 

Prepararsi per tempo (su benessere animale, farmaci, sostenibilità e tutto il resto) è solo una forma di intelligente investimento per il futuro.

 

 

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